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Tu prendi quando il volo
di una nuvola fra gli occhi tuoi
ridenti e il sole fuggitivo
smorza nel tempo passeggero
di un’eclissi la gioia lucente
e verticale di un’estate.
Se non sai dire come
abbia potuto quel declinare breve
precipitarti in un vespro novembrino
e strapparti d’in collo ogni bene
e suonarti in minore la parola
in gola se non sai dire
com’è che per un breve infinito
si sia sospesa da te ogni speranza
e quanto rapido abbia riacceso tutto,
e sommesso, il ritorno meridiano
dell’ombra a picco tra le tue gambe inerti
per riportarti in vita qui senza memoria
d’autunno e d’ade e dell’assenza
se non sai dire com’è
che scrivi a fare?
Se non sai dire
a quale orecchio solare parli il sole
e per che vie ti spenga il ricordo
stesso della luce o lo risvegli.
Meglio sarebbe sintetizzare clorofilla
se non sai dire
come precipitano in te le ombre
e i fuochi
o emulare certi gamberetti
che fanno buon uso della luce
artica mutandola in calore
ed energia
senza per questo pretenderla
poesia.

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