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Chalom si ritrovò a Paris Orly con una voluminosa sacca in spalla e un trolley al guinzaglio senza sapere bene come ci era arrivato.
Sul fatto che il posto fosse quello non c’erano dubbi, lo riconosceva per esserci stato infinite volte, ma degli ultimi eventi, quelli che dovevano averlo portato fin lì, gli venisse un colpo se ricordava qualcosa.
Il tassista lo guardava con aria interrogativa e non pareva affatto contento dell’attesa inspiegata. Dalla scarsa luce sembrava fosse mattina presto o sera iniziata da poco.
Chalom chiese quant’era guardando l’orologio. Ventidue euro e cinquanta, le cinque e quarantacinque. Dal prezzo della corsa desunse che la macchina doveva averlo condotto lì dal centro, probabilmente dal Marais, dove abitava.
Restava da capire perché doveva partire e per dove.
Era da qualche giorno che aveva dei piccoli vuoti di memoria ma non gli sembrava fossero mai durati così a lungo. La cosa lo incuriosiva e lo spaventava contemporaneamente.
In attesa che succedesse qualcosa e la luce tornasse sui suoi ricordi, cominciò ad avviarsi verso le partenze per non trovarsi eventualmente in ritardo e intanto prese a frugarsi le tasche.
Sapeva per certo di aver fatto lezione in facoltà il giorno precedente e fin lì non nutriva alcun dubbio. Anche il modo in cui aveva trascorso il pomeriggio gli era chiaro fin nei più piccoli dettagli. Aveva terminato l’articolo a cui lavorava da qualche giorno e poi aveva trascorso il pomeriggio a casa di Giselle. Avevano fatto l’amore e poi erano arrivati gli amici. Ricordava che avevano cenato tutti insieme come per una specie di ricorrenza, un saluto. Qui i ricordi si facevano confusi ed era difficile dire di che si trattasse di preciso.
Si trovava nel grande atrio dell’aeroporto, appena varcate le porte girevoli, quando si fermò di scatto.
Lì nella giacca dove aveva l’abitudine di tenere i documenti, la sua mano aveva trovato qualcosa.
Estrasse i fogli e li guardò. La prima cosa che vide fu un biglietto per il volo delle 7.00 per Tel Aviv.
Dunque è lì che stava andando.
La seconda era la fotocopia di una piccola cartolina marrone che riconobbe istantaneamente, con un tuffo al cuore.
Era la “chiamata 8”, la cartolina militare che richiamava i milluim, i riservisti.
Tzahal lo voleva di nuovo.
Di colpo ricordò ogni cosa.
Tra i quarantamila riservisti che l’esercito di difesa di Israele, Tzahal, aveva richiamato in servizio in occasione della nuova crisi di Gaza, c’era anche lui.
Quando la madre gli aveva inviato per fax la comunicazione ricevuta non ci aveva quasi creduto. Si era precipitato subito a telefonare all’amico Shumuel di Paris X, di due anni più giovane, per domandargli se era stato anche lui convocato e aveva scoperto con stupore che quello non ne sapeva niente.
Perché fosse stato scelto proprio lui, a tre anni dall’esenzione definitiva dal servizio per età, restava un mistero. Eppure di carristi dovevano averne sicuramente a bizzeffe e di certo ben più esperti, visto che lui non conduceva un Merkava da anni e anni, e nemmeno sapeva se era più in grado di farlo.
Ecco perché gli amici si erano riuniti a salutarlo in casa di Giselle. Ecco i loro visi tesi. Li ricordava disperarsi, indignarsi, esortarlo a non partire.
Ora finalmente aveva chiara ogni cosa. L’angoscia della notte insonne combattuta nell’indecisione tra restare e ubbidire, la consapevolezza che presto avrebbe potuto trovarsi in mezzo a quelle immagini che vedeva in televisione alla sera. La certezza che la 366esima corazzata stavolta non si sarebbe limitata a compiti di protezione o logistici ma avrebbe dovuto coprire l’intervento a terra. L’invasione della striscia delle truppe speciali, della 35a paracadutisti, di quelli che erano addestrati al combattimento in area urbana.
La consapevolezza esatta di quello che tutto ciò significava.
Improvvisamente si rese conto di avere dimenticato qualcosa.
Non sapeva dire di che si trattasse ma era certo che fosse qualcosa di importantissimo, di irrinunciabile. Provò l’istinto irresistibile di tornare sui propri passi visto che non c’era dubbio che non si potesse assolutamente fare a meno di quello che aveva scordato.
Se solo avesse potuto richiamare alla mente di che si trattava.
Fu proprio allora, mentre cercava di ricordare con tutte le proprie forze, che si accorse di nuovo di non sapere dove si trovava e perché.
La hostess che lo vide in piedi smarrito con il biglietto in mano fu così gentile da indicargli il gate e da assisterlo in tutte le operazioni di imbarco. Chalom la ringraziò senza capir bene il perché e la salutò al varco dei controlli di sicurezza. Lei gli domandò se fosse sicuro di sentirsi a posto. Lui non le rispose e si avviò verso le porte elettromagnetiche.
Riprese possesso dei propri ricordi nuovamente al risveglio, poco prima dell’atterraggio.
Per prima cosa vide ad occhi chiusi, come in un telegiornale privato, le immagini del primo ministro israeliano che parlava ai microfoni. Diceva di prove inequivocabili della responsabilità di Hamas nel rapimento e nell’uccisione di tre ragazzi israeliani. Poi vide di fronte a sé le foto dei loro visi adolescenti, immobilizzati per sempre in un sorriso acerbo, corrucciarsi da sole, come animate, e poi, in rapida sequenza, precipitare macerie di case fatiscenti, visi velati di nero ed esplosioni, bocche aperte nell’urlo, esplosioni ancora e sirene a dilagare e perforare le orecchie.
La voce del pilota che annunciava l’avvenuto atterraggio spense definitivamente il suo film. Quando aprì gli occhi sapeva nuovamente dov’era e perché.
Ai controlli in dogana seppero con un breve controllo che lui era fra i richiamati. Al centro di raccolta lo avviarono subito alla 366esima. Partì la sera stessa senza nemmeno aver potuto vedere la madre.
“Ti chiamo in questi giorni, stai tranquilla, poi passo a trovarti” riuscì a dirle per telefono.
Fu sulla statale numero 4 diretta verso sud, più o meno all’altezza di Ashkelon accesa di incendi, che a Chalom venne in mente di nuovo, senza apparente ragione, il pensiero di quella cosa importantissima che aveva scordato. E di nuovo seppe con certezza di non poter fare a meno di averla con sé, di non poter resistere senza tornare a cercarla.
Il camion attraversava una postazione antimissile dopo l’altra e la polvere dal telo aperto entrava dappertutto, nei vestiti, sotto le ciglia.
Se solo avesse potuto sapere che cosa aveva dimenticato di così vitale, pensava, forse avrebbe potuto telefonare e farsela portare da un amico, magari da Giselle stessa.
E ancora, mentre pensava così, il circuito si spense.
Ancora non seppe più perché era lì e come ci era arrivato.
“Ehi, amico, c’è qualcosa che non va?” gli domandò il ragazzone lentigginoso che gli stava seduto accanto.
“Non so cosa faccio qua” disse Chalom “né chi sei tu”.
“Perfetto, vecchio. Neanche io so chi sei tu ma posso dirti perché sei qui. Sei qui per difendere Medinat Yisra’el dai terroristi”.
Uno stormo di caccia passò in quel momento a bassa quota cancellando ogni parola dalla bocca del giovane, lasciandolo per qualche istante a parlare senza emettere suono.
Poi in lontananza si sentirono tuoni, come di un temporale che si avvicina.

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