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Diodoro era un’ala destra un po’ arretrata, un centrocampista di fascia, come si usa dire adesso.
Il suo nome era stato un’idea del padre che vedendolo alla nascita scuro scuro in braccio alla madre, aveva detto qualcosa tipo “questo sembra siculo”. A quel punto, per una inevitabile associazione di idee, gli era tornato alla mente il nome dello storico greco Diodoro Siculo, probabilmente per averlo sentito nominare dal fratello che aveva fatto il liceo classico tanti anni prima, quando lui era solo un bambino e il fratello più grande il suo unico eroe. E non c’era da stupirsi per quel ricordo. Gli erano rimaste in testa quasi tutte, indelebili, le cose che aveva detto suo fratello finché era stato con lui. Per quel breve tempo trascorso tra i suoi primi ricordi e quel mattino che lo aveva visto uscire di casa sbattendo la porta con il padre che gridava dietro e la madre a piangere sulla sedia in cucina. Non aveva nessun bisogno di guardare la foto mezza sbiadita che gli era rimasta per ricordarsi com’era, suo fratello, e tutto quello che gli aveva detto anche se era passata una vita.
Comunque il ruolo di Diodoro, peraltro biondo come un norvegese, era quello. Ala, centrocampista laterale o comunque diavolo lo si voglia chiamare. Uno che se se ne andava via sulla destra prenderlo erano dolori e che se ce n’era l’occasione non disdegnava di spingersi fino in fondo a servire dei cross pennellati che sarebbero stati belli anche se non ci fosse stato nessuno a prenderli.
Quel pomeriggio d’aprile, però, la palla che Diodoro avrebbe dovuto raccogliere al diciottesimo del secondo tempo, sembrava un po’ troppo tesa e imprecisa persino per lui e tenerla in campo sembrava un impresa francamente disperata.
Con uno scatto e un colpo di reni il biondo Diodoro, non siculo ma torinese doc, riuscì egualmente a fare una specie di miracolo e la intercettò proprio sulla linea laterale segnata col gesso, poco oltre la metà campo.
Quella linea, che il guardialinee molto concentrato stava guardando proprio in quel momento per valutare se veniva o meno oltrepassata dal pallone, non era peraltro una linea laterale qualsiasi.
Tra i molti che l’avevano passata e ripassata nel corso degli anni c’era stato anche il signor Salvini Eugenio, impiegato comunale addetto alla manutenzione del campo, che tre anni prima, esattamente in quel punto, compiendo il gesto di tracciare che aveva ripetuto migliaia di volte, si era sentito male e lì si era accasciato, morto sul colpo.
Quando la moglie era arrivata al campo, trafelata e tremante, gliel’avevano fatto trovare già dentro al sacco di plastica, il suo Eugenio, e da quel momento lei non poteva più ricordarlo in altro modo. Con la faccia mezza fuori da quel sacco schifoso come fosse un rifiuto. Da allora non c’era stato più verso di scacciare quel fotogramma e di sostituirlo con un’altro dei tanti belli, che pure conservava di lui nel ricordo. Solo quel bozzolo di plastica che fagocitava il suo uomo era sopravvissuto, nella sua testa, per sempre impresso, indelebile sulle retine. E non bastava. Nemmeno l’infortunio sul lavoro gli avevano voluto riconoscere quelle carogne dell’inail e non c’era stato verso di produrre testimonianze di colleghi che dimostravano come il suo povero marito stesse tracciando tutto da solo, senza pause di riposo, pressato dalla fretta della partita che sarebbe cominciata da lì a poco.
Evitato fortunosamente il fallo laterale, Diodoro schizzò lungo la fascia lasciando un pugno di mosche in mano al terzino che aveva provato a trattenerlo per la maglia e piegò lievemente verso il centro per disorientare la difesa avversaria.
E’ curioso pensare che proprio in quel punto dove in quel momento Diodoro stava giocando a fare il fenomeno, era collocato, non molti anni prima, enorme e luminoso, il palco del grande concerto del 28 giugno del 1980. E anche l’ora, le 16 in punto, era la stessa di quando tutto era iniziato.
Con un sole che cuoceva e gli idranti che innaffiavano tutti per evitare qualche insolazione, avevano rotto il ghiaccio uno sconosciuto Roberto Ciotti e un Pino Daniele agli esordi, in attesa che arrivasse lui. Nell’aria i fumi dell’erba di migliaia di canne facevano una cortina che manco l’incendio di San Francisco del 1906. Persino le zanzare volavano sbilenche. Con la sua camicia di jeans e i suoi dreadlocks Bob aveva attaccato con Positive Vibration e letteralmente il cielo era venuto giù su quel prato. Al ritmo di quelle note Stefania e Leonardo si erano dati il primo bacio e tutto nel mondo, per il tempo di quei sedici lunghi pezzi, era stato perfetto. Si erano poi anche sposati Leo e la Stefy, ma nulla avrebbe mai più saputo essere come quella sera al campo comunale. Più nulla nella loro vita. Leo poi era partito per andare a lavorare in Libia e a casa non c’era nemmeno più tornato. Peccato per la bambina che era un amore. Redemption l’avevano chiamata, come la song.
Sotto gli occhi sorpresi dei compagni Diodoro dribblò due avversari e arrivò al limite dell’area. Chissà cosa gli era preso d’un tratto che si era messo a giocare come un centravanti che vuole tirare dritto e di forza, a cercare la rete. Individuato il tunnel nella difesa, caricò sul sinistro e lasciò partire un destro fulminante che si diresse verso la porta a curvatura 4.5, velocità di crociera dell’Enterprise capitanata da Kirk.
C’era stato un’altro che qualche tempo prima aveva tirato con una forza simile in un campo non molto distante da quello, lo Stadio Filadelfia, oggi in disuso, nel quartiere Lingotto. Si chiamava Virgilio Felice Levratto ed era la star del Genoa Footbal Club. Lo sfondareti, lo chiamavano e le reti non le sfondava solo in senso metaforico ma per davvero, passando dall’altra parte. Quella domenica 30 novembre 1930 quando alle 14.30 l’arbitro Giorgi aveva dato il fischio d’inizio di Torino-Genoa, c’era anche lui tra le fila dei genoani, con il suo sinistro micidiale pronto a fare la sua. E c’erano anche Stella e Luigi, vicini vicini sugli spalti, appena arrivati da Genova con il treno e da un giorno sposi, a seguire il loro idolo.
In realtà le nozze avrebbero dovuto celebrarsi a settembre, sennonché era scomparso il cugino Gerardo e s’era dovuto rimandare a causa del lutto. Poi, finalmente il giorno precedente l’attesa era finita. Non era stato certo un matrimonio sontuoso come quello di Umberto di Savoia e Maria José a gennaio, che ne parlava ancora tutta Italia, ma era stata ugualmente una gran bella cerimonia e per il viaggio di nozze, con gran sorpresa di tutti, gli sposi avevano scelto di andare a vedere il loro Genoa in trasferta a Torino. Certo a Torino c’era da morire di freddo il 30 novembre a star fermi seduti sulla gradinata, ma Stella aveva diciannove anni e Luigi ne aveva appena fatti ventuno ed erano come ubriachi dopo la loro prima notte in albergo e il freddo, a dir la verità, nemmeno lo sentivano. E poi il Genoa vinceva, altro che se vinceva. Erano già sull’uno a zero quando al diciannovesimo del secondo il Levratti detto Levre, lo sfondareti, aveva fatto loro il suo personale regalo di nozze infilando una bordata paurosa e sancendo così definitivamente la vittoria.
Luigi e Stella uscirono raggianti. Settant’anni dopo, il 30 novembre del 2000, alla bella età di ottantanove e novantuno anni, avrebbero festeggiato le loro nozze di diamante, di nuovo lì, a Torino, con figli e nipoti e pronipoti ma questo quel giorno ancora non potevano saperlo. Che ci sarebbe stata in mezzo la vita e la storia e la guerra e il dolore e la gioia e la malattia e l’estate e l’inverno e la solitudine e la felicità e la paura e la speranza. Non potevano saperlo e non avrebbero nemmeno ascoltato chi mai glielo avesse voluto raccontare perché quel giorno non pensavano ad altro che a tornare in albergo e chiudersi di nuovo in camera guardandosi negli occhi, canticchiando forza Genoa e ridendo come bambini.
Ed era sempre il diciannovesimo del secondo tempo più d’ottant’anni dopo, quando la cannonata di Diodoro arrivò in porta sorprendendo, per sua fortuna, il portiere, che se c’avesse mai messo le mani sarebbe di certo finito con qualche dito rotto. La palla sfrecciò verso l’angolo e colse in pieno il palo facendolo vibrare come la corda di un’arpa. Diodoro si portò le mani al viso e tutti i compagni gli furono attorno a consolarlo e a riempirlo di complimenti mentre il palo non smetteva di vibrare producendo un suono curioso.
E se vibrava così tanto quel palo non era a caso ma per un motivo preciso. Perché anche il palo e la porta non erano un palo e una porta qualsiasi, ma avevano una loro storia.
Una storia che ora, purtroppo, manca il tempo di raccontare.

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