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Quando fai con il bicchiere i cerchi nell’impasto degli gnocchi ed estraendoli lasci una superficie disegnata dai vuoti o quando ritagli un foglio seguendo un contorno di farfalla o di bambini che si tengono per mano, di ciò che ti resta sul tavolo non sai vedere che le assenze.
Così impasti di nuovo quello che hai avanzato, lo ridistendi e ritagli ancora per ridurre il più possibile lo scarto e poi ancora e ancora fino a stipare tutta la materia dentro ai tuoi dischi dorati, perfetti, regolari, che ambiscono a essere uguali. Persino l’ultimo inutilizzabile frammento non lascerai da una parte ma lo aggiungerai all’ultimo gnocco, di soppiatto, vincendo finanche il tuo rammarico di vedere quel dischetto impercettibilmente più grande degli altri.
E alla fine sarai contento.
Di non aver gettato via niente. Di aver usato tutto quello che avevi per fare quello che volevi fare. E tutto quello che volevi fare sarà tutto quello che ti resta in mano.
Eppure, se ti fossi fermato per un attimo, se avessi accettato di guardare la geografia accidentata di quello t’avanzava, avresti visto che disegnava un continente. Un labirinto fluviale tanto più vasto e complicato quanto più ambizioso era quello che avevi voluto disegnare.
Prendi quella magnolia di fronte a te con le sue foglie, lucide se mostrano il dorso, color biscotto se il vento le gira di pancia. Guardala contro il cielo turchese di questo giorno brevemente perfetto. Ora esercitati a distinguere l’azzurro che riempie tutti gli interstizi del verde. Se non ci fosse l’azzurro lì, ovunque nell’intrico, l’albero non sarebbe un albero e tantomeno una magnolia. O lo sarebbe senza gloria né gioia né merito né bellezza.
Ecco, quello è il mondo che sta tra. Il tempo che sta tra.
Tra una foglia e una foglia, tra un passo e un passo, tra un compito e un’incombenza, tra un obbligo e una mansione, tra un respiro e il respiro che segue.
Tutto quello che sopravvive alla tua pretesa di imporre una forma alla vita e ordinarla.
Lì in mezzo, se tu rovesci la tua visione e divieni capace di non perdere agli occhi il negativo, ti accorgerai che c’è uno dei due sensi della vita. In quegli intervalli, in quei lassi, in quelle pause, in quegli interstizi dove spesso nascono le sensazioni veritiere, i ricordi più intensi, la preziosità più alta delle cose che vedi preziose.
Cancella con me il soggetto principale dal quadro, gli attori dai film, la fontana dal centro della piazza, la magnolia da questo cielo. Osserva lo spettacolo in questo modo, fino in fondo, poi guardalo di nuovo tutto intero e ti accorgerai che sarà come raddoppiato.
Vedi quante poche cose vediamo quando diciamo di vedere?
Tu dirai che ogni giorno gli scopi che ci poniamo e ci si pongono, pretendono quasi tutta la nostra attenzione. Ma tu lo sai cos’è l’attenzione? E’ elisione. Cancellazione, semplificazione, focalizzazione con perdita di parti intere della visione.
Che bello quel passo di Proust, sur la lecture, in cui Marcel ci racconta come tutto quello che succedeva intorno a lui, ragazzo intento a leggere, rumori e conversazioni che sembravano distoglierlo e distrarlo, si fossero col tempo rivelate le vere cose preziose, molto più delle parole che in quel momento credeva importanti. E come il ricordo di ciò che aveva letto in quegli anni lontani fosse poi divenuto nient’altro che il filo che gli consentiva di recuperare piccoli frammenti di vita perduta, i veri tesori scordati.
Ecco. Era questo ciò a cui si riferiva Proust, quello che chiuso nella sua stanza di rue Hamelin ricercava disperatamente. Il tempo tra. Tra parola e parola, tra riflessione e riflessione, tra pagina e pagina, la storia invisibile e sotterranea che è nascosta dentro la storia visibile degli eventi ufficiali della nostra vita. Il particolare colto di sfuggita o rubato a chi monopolizza la scena (e vorrebbe occupare ogni nostro ricordo futuro), il pensiero che ci attraversa e si sovrappone ad un altro più ovvio e compiuto, un’intuizione che non sembra importante e invece ha da farci rivelazioni cruciali, una nota che un giorno di colpo ha un colore che non aveva mai avuto e di questo colore ci illumina tutti.
Tempo sepolto, carsico, celato, spesso invisibile a chi ci guarda. Micromondo che brulica non visto mentre gli occhi sono fissi alla rappresentazione delle nostre vite borghesi con il loro canovaccio incapace di produrre stupore.
E’ esattamente in quello spazio che è sempre stato il tempo che da sempre ci manca, le parole che non abbiamo occasione di dire, l’amore che non abbiamo modo di dare. Nello spazio che sta tra. Quello è il luogo che abbiamo il dovere di frequentare, lì abbiamo il dovere di aggirarci se non vogliamo che la nostra vita duri un battito di ciglia. Se non vogliamo essere solo quello che facciamo. Lì c’è il moltiplicatore delle nostre giornate, la miniera, la cava, il primo luogo dove imparare ad essere eterni.
Sarò felice, credimi, se sarai in grado un giorno di salpare come un pirata, di partecipare ad una rivoluzione o di scoprire un nuovo tipo di cavatappi atomico. Sarò fiero di te se sarai capace di compiere grandi gesti visibili al mondo.
Ma lo sarò altrettanto se saprai raccogliere e impiegare quel tempo che è tra, senza sprecarne un istante.
E lì saper essere l’uomo che il mondo non vorrebbe mai che tu fossi.

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