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Dopo mesi che ci conoscevamo si erano già fatte le sei e dieci del mattino ed era trascorso un quarto d’ora intero da che ci eravamo visti per la prima volta seduti l’uno di fronte all’altra nei nostri posti a prenotazione obbligatoria intercity 9761 per Roma Termini (ferma a Genova Brignole La Spezia Viareggio Pisa Livorno Grosseto).
E dopo tutti quei mesi già la mia vita non poteva pensare di fare a meno d’averti, com’è normale viste le cose che mi avevi detto di te in un quarto d’ora intero e quelle che ti avevo detto di me. Il tuo nome quasi subito. Il mio nome poco prima. Visti i sorrisi. Visti i silenzi. Visto il tuo cellulare con la cover dei Metallica e il mio libro di Sinclair Lewis.
Dopo quasi un anno che ci frequentavamo era passata mezz’ora.
E finalmente eravamo pronti a fare l’amore.
Tu avevi gambe dentro le calze che io non sapevo più dove guardare. Come quando c’è un televisore in un bar e nessuno resiste a non cacciarci gli occhi e parla distratto come un idiota perché è ipnotizzato e non ce la fa a smetterla neanche volendo. I tuoi seni sotto il maglione s’alzavano e s’abbassavano come stessi dormendo. Io avevo il batticuore nelle orecchie solo ad averti vicina. Tu mi hai piantato lo sguardo in faccia e io ho tenuto duro. Abbiamo passato i successivi sei mesi a prenderci e perderci mentre i passeggeri vicini non vedevano nulla.
E’ stato il periodo più bello della nostra vita.
Poi c’è venuta una gran fame e siamo andati nel vagone ristorante. Tu hai preso due brioche e io anche e mangiando abbiamo riso e io mi sono macchiato la camicia di crema.
Dopo anni e anni si può dire che il nostro amore fosse maturo e alle sette e trenta eravamo già a Pisa.
Potevamo guardarci senza parlare e sapevamo a che cosa stavamo pensando. Io avevo imparato a guardare il panorama sfilarmi di lato nelle tue pupille che oscillavano come piccole biglie, metronomi, palline di un gioco nintendo. Tu mi guardavi leggere e sentivi dentro di te il mio racconto.
Poi è entrato quel tipo carino e tu gli hai sorriso.
Io ho acceso il pc e ho guardato un servizio su una modella svestita facendo in modo che tu lo sapessi.
Per poco non gettavamo via tutto, dopo tutti quegli anni, dalle parti di Grosseto, dopo due ore e mezza di viaggio.
Mi ha fermato il dolore sulle tue guance, io credo, o ha fermato te il fuoco che bruciava le mie.
Poi tutto si è messo come in discesa ed è iniziato il tempo che conduceva all’arrivo. Ogni cosa di te mi è diventata preziosa. Tu hai preso ad esercitarti a fare a meno di me di fronte ai miei stessi occhi.
Dove stava il me che c’era prima che tu fossi in quel treno? Avevo bisogno di lui, adesso, per chiedergli dove trovare le scarpe per uscire da lì.
Avevi un punto sul labbro superiore, dove si formavano piccole gocce di sudore, non lo posso scordare. Io avrei potuto dissetarmi solo di quelle per tutti i giorni dei giorni a venire. Che c’era di male in questo, continuavo a dirmi, che non voleva esser vero? Che c’era di male in quello starci di fronte che non poteva continuare ancora?
I binari finivano dopo aver percorso una periferia infinita. Roma Termini, stazione di Roma Termini, tutti quegli anni insieme e tu ti sei alzata come fosse un minuto. Ti sei messa la giacca, hai preso la borsa stando sulla punta dei piedi, mi hai fatto un cenno come per dire “magari ci si vede di nuovo”. Io ti ho guardata restando seduto, gli occhi all’altezza del tuo grembo, le braccia che volevano trattenerti e restavano inerti. Alle dieci e cinque avremmo potuto festeggiare le quattro ore e dieci minuti di noi e tu invece sei scesa con un piccolo salto sul binario 23 e ti sei inabissata nel brulicare di gente di cui non ti fregava niente.
Io sono rimasto sul treno finché non s’è fatto vuoto.
Ti lascia come senza senso la fine di un lungo amore.
Io sono rimasto sul treno senza scendere perché ho capito che a Roma non avevo niente da fare.
E tutto quel viaggio fin lì lo avevo fatto solo per poter viaggiare con te.

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