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Alla fiera dell’Est per quattrocentomila morti un paese da rifare mio nonno comprò.
E venne il dopoguerra, la Cia e le elezioni, De Gasperi e la Dc che ci danno in pegno agli americani in cambio dei milioni e propaganda elettorale fatta dall’altare che si mangia la speranza di cambiar qualcosa che al mercato nero mio nonno comprò.
Alla fiera dell’Est per tre milioni di emigranti un paese da arricchire mio padre comprò.
E venne il sud svuotato, campagne abbandonate, lusso personale ma solo per qualcuno, poche infrastrutture e cementificazione, quartieri dormitorio e palazzinari ma la tele grida che è proprio un gran miracolo perché ci son più frighi e più lavatrici e la gente va in seicento e sembrano felici anche se corrompere è diventata norma e l’emarginazione la fa da padrone e cresce l’ingiustizia ed anche il privilegio che mangia la speranza nei tempi moderni che con i suoi vent’anni mio padre comprò.
Alla fiera dell’Est in piazza Fontana un paese da cambiare mio fratello comprò.
E venne il movimento che vuol cambiare il mondo ma manco era nato che è strumentalizzato e già colonizzato da capi e da capetti già tesi alla poltrona e tutte le conquiste dei luoghi di lavoro neanche arrivate che già sono attaccate e più si urla forte più tutto va finendo e pronta è la vendetta del solito sistema che si riprende tutto e ci mette gli interessi e in una orgia tutta nuova d’intrallazzi e corruzione si mangia la speranza nella rivoluzione che al mercato mio fratello comprò.
Alla fiera dell’est nel riflusso degli ideali morti il mio turno arrivò.
E venne l’edonismo, l’eterno carnevale, l’orchestra a suon di valzer mentre la nave affonda e tutte le parole che eran state belle, solidarietà e giustizia, impegno ed amicizia divengono bestemmie e solo conta il niente mentre zitti zitti preparano i furboni il loro domani ma senza più guardiani e le ingiustizie antiche assumon nuovi nomi e poi arriva il tempo in cui il re compare nudo ma lo sapevan tutti e ognuno pensa solo a salvare il proprio culo e la felicità si chiude dentro casa e tutto è consumato dentro nel privato e fuori non c’è nulla che vaga più la pena e si parla di famiglia come di un fortino e la solitudine si mangia la speranza di felicità che la mia generazione al mercato comprò.
Alla fiera dell’est nel deserto che ho fatto anch’io mio figlio arrivò.
E vennero i nani, i clown e i ballerini, ancora la ricetta del pane e dei circensi, la guerra preventiva, lo show delle puttane, il regno della fuffa, gli dei di cartapesta e tutto quel che fa di un paese un posto degno, scuole ed ospedali, lavoro e territorio divengono soltanto bottino dei pirati e pietà l’è morta e l’uomo è lupo all’uomo e solo per la strada si vede la paura signora d’ogni cosa e l’unico rimedio che si sa trovare è quello di scappare e muore ogni speranza se mai ce n’è stata per il mondo che mio figlio al mercato trovò.
Alla fiera dell’Est per quattrocentomila morti un paese da rifare mio nonno comprò.
E venga il tempo nuovo in cui ci liberiamo dei maghi e dei profeti, degli unti del signore, dei messi di dio e della provvidenza, degli economisti che stan sul libro paga e di un europa falsa che è solo un club privé di gruppi e potentati dei soliti interessi d’istituzioni fatte per prendersi ogni cosa che non c’entran niente con questi tuoi occhi con le tue mani nuove che meritano meglio di quel che ti ho lasciato e venga il tempo che ci salviam da noi riprendendoci ogni cosa senza fuggire senza lasciare tutto con quello che è costato e non starò a guardare stavolta figlio mio ma per quel che serve starò davanti io.
Alla fiera dell’Est per due soldi il tuo futuro al mercato non venderò.

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