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Caro Giorgio,
forse sarai sorpreso di ricevere questa lettera dopo il nostro saluto di questa mattina.
Ti vedo già prenderla in mano, guardarla con un po’ di sospetto, girarla ricordando l’usanza di segnare il mittente davanti, sulla patella della busta e non con una chiocciola punto qualcosa ma con un nome e cognome veri seguiti da un indirizzo dove il signor mittente vive e volendo lo si può trovare per stringergli la mano o appioppargli due schiaffi, riconoscermi con un sorriso e alla fine aprirla, per leggere quel che ho da dirti.
Forse sapevi già che sono anni che scrivo lettere a molti, per lo più di notte.
Ho iniziato quando avevo diciassette anni, o almeno così mi pare.
Ne sono certo, anzi, credo di poterlo dire.
Perché il primo è stato Pier.
Pier era ripetente e buffo, pagliaccio ed infelice. Aveva dentro la forza trascinatrice dei perdenti e dei perduti. Ancora oggi gli scrivo ad ogni farsi buio, a lui per primo perché è stato il primo tra tutti. Chissà che gli dico. Alla mattina me ne scordo. Non abbiamo niente in comune io e lui, eppure è una delle poche persone importanti della mia vita.
Alla fine di quello stesso anno si è aggiunto il cugino Giancarlo che non è un cugino ma uno ziastro, a dirla tutta. Sono quasi trent’anni che intratteniamo una conversazione epistolare minuziosa e costante, senza interruzioni. Quando ero piccolo mi sembrava avesse tutto da insegnarmi della vita, eccetto la vita, di cui  ero già certo non avesse compreso assolutamente niente. Eppure mi sembrava buono. Buono come possono esser buoni quelli che non hanno capito una cicca e una cicca s’aspettano perché sono puri come stelle marine sbattute su uno scoglio da una mareggiata.
Stefano era tutta la vita che stava per finir male. Predirgli una brutta fine era lo sport facilitato di chi ama vincer sicuro. Mi viene normale scrivergli di notte perché sono certo che le mie parole sono pensate esattamente nel momento in cui potrei trovarlo più sveglio. Sfidava l’alcol come un capitano sfida i marosi e il pomeriggio che ha accostato la macchina e si è addormentato a quel bordo di strada ho capito che era giunto il momento di iniziare a scrivere anche a lui.
Dopo Stefano i miei corrispondenti hanno preso ad aumentare giorno dopo giorno.
E’ venuto Enrico che da bambino portava le scarpe ortopediche, aveva il padre finanziere suo malgrado e credeva che l’amicizia fosse un veicolo con diritto di precedenza a tutti gli incroci.
Poi è stato il turno di Gianni che aveva paura di morire come se morire fosse una cosa seria. Consumava solo prosciutto molto magro e non fumava. Quando si affezionava ad una frase la ripeteva ogni volta con l’enfasi di chi la sta concependo in quello stesso istante.
Quando è stato chiaro che Luigi stava scordando tutta la propria vita un pezzo alla volta, un saluto per lui non è mai mancato tra le mie lettere notturne, ma breve, tanto so che il giorno dopo averla letta nemmeno ricorderà d’averla mai ricevuta.
Anche il dottor Giovanni è diventato molto presto appuntamento fisso. A lui devo la mia sfiducia nella medicina e la sua fascinazione. Spesso gli scrivo per raccontargli i casi clinici, certo che non ci capirà nulla. In cambio mi aspetto da lui parole da vero medico, quelle che mai e poi mai imparerò a pronunciare.
E così è finita che ora sono combinato così, che con la Millina e Gigi due anni fa, Giulio e Fabio l’anno scorso e ora in ultimo tu, sono qui che finisco di scrivere a mattina già alta, con la luce che mi illumina la stanza alla finestra.
So che ti domanderai chi mai me lo faccia fare e so anche che penserai che nessun sano di mente di questi tempi perda più tempo a scrivere lettere, ma io sono felice così. Perché so che mentre per gli altri c’è il giorno intero, con voi, se mai perdessi l’abitudine di scrivervi, finirei per non parlare più.
E finirei per perdervi, scordarvi e magari smetterei pure di sentire la vostra voce che mi risponde e la vostra presenza. E smarrirei un pezzo di me, un pezzo di mondo e le ragioni dell’oggi e quelle di tanto domani.
E’ per questo che lascio volentieri che venga il vostro tempo, quando a sera rientro dopo aver vissuto ed essermi preso a spallate e baci e sputi col mondo. Anche se aumentate ogni anno e ormai faccio fatica a ricordarvi tutti.
Così ora mi perdonerai se devo chiudere qui questa mia prima lettera per te, caro Giorgio. Come avrai capito non hai di che preoccuparti: io non mancherò mai di mandarti due righe e tu non ti libererai tanto facilmente di me.
Ora lascia che mi vesta e torni ai miei vivi.
Da tutti voi e da te, che sei nuovo, non ti preoccupare, sarò ancora stasera.
A prestissimo.

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