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Martedì 21 ottobre 2014 il palazzo della regione si trovava a contenere un numero di persone più grande di quante ne ospitasse al solito.
Si trattava di una di quelle congiunture astrali che capitano una ventina di volte in tutto l’anno: non lunedì né venerdì, i giorni prediletti dagli assenteisti, non primavera né estate, non festività incombenti né altre appena terminate, non periodo di influenza stagionale né di saldi e per di più a mezzogiorno era previsto consiglio regionale.
Nel grande atrio del piano terra, con i suoi tornelli e i suoi marmi, il grande orologio segnava le 10:58.
Le guardie giurate tenevano i pollici nelle cinture e assistevano indifferenti al via vai vociante di gambe in bilico sui tacchi e colli incravattati. Il tempo era nuvoloso, la temperatura di 17 gradi con umidità al 78 per cento e la possibilità di rovesci era stimata intorno al 40 per cento.
Dicono l’avessero messa sotto uno dei banchi della sala del consiglio al primo piano.
Quando lo spostamento d’aria ruppe i vetri nel raggio di cento metri e rese sordi tutti i presenti, nessuno, dall’inizio, capì cosa stava succedendo. In un istante l’aria si riempì di polvere che scese come una nebbia su e giù per le scale e invase ogni stanza. Tutti gli allarmi presero a suonare contemporaneamente e le urla, se possibile, presero a risuonare ancora più forte degli allarmi.
Contemporanea allo scoppio, una vibrazione, come di terremoto, scosse ogni cosa raggiungendo i punti più lontani del palazzo e arrivò su, all’ultimo piano, facendo tremare tutto, penne nei bicchieri, schermi dei computer e alcuni oggetti in bilico caddero persino a terra rompendosi.
Tutte le persone che si trovavano in prossimità dell’esplosione vennero gettate a terra e quelle più vicine furono scagliate in aria come manichini per ricadere in posizioni innaturali contro i muri, sui mobili, accatastate l’una sull’altra.
Alle 10 e 59, dopo un minuto e qualche secondo, ogni cosa al primo piano si trovava ovunque. Scarpe e telefoni, libri, foto, penne, bicchieri, lampade da tavolo, fazzoletti, borse e fogli, fogli, fogli dappertutto come neve.
Centinaia di persone urlanti cominciarono a correre lungo le scale e a riversarsi nell’atrio accalcandosi e pigiandosi per uscire nel piazzale antistante dove nel frattempo si andava raccogliendo una folla che aumentava di minuto in minuto.
“Alle undici tutti i consiglieri erano in aula, questo è poco ma sicuro” disse l’uomo con la barba rivolgendosi alle persone che aveva intorno “Credo che stavolta abbiamo fatto il pieno.”
“E adesso stiamo a vedere che succede” rispose il tipo piccolo con le All Star e l’impermeabile.
“Che si caghino un po’ addosso, brutti bastardi” commentò la signora di mezz’età che stava a braccetto al barbuto. Tutti i membri del gruppetto, sei o sette persone, annuirono in segno di approvazione.
Nel frattempo i mezzi rossi dei vigili del fuoco avevano fatto la loro apparizione fermandosi in prossimità dell’entrata del palazzo e quasi contemporaneamente erano arrivate le auto della polizia. Gli agenti avevano cominciato a transennare la zona e ad allontanare i curiosi.
I camioncini della Rai e delle televisioni locali non si fecero attendere e i cronisti cominciarono i loro servizi in diretta con i microfoni in mano e gli sguardi di circostanza piantati nelle telecamere.
Un graduato dei carabinieri si avvicinò al gruppo con la donna e il barbuto.
“D’accordo signori, direi che per oggi può bastare.”
“Ehi, un attimo, ci tocca anche il pezzo in cui portano fuori le salme dei politici. Le regole sono chiare.”
“Sì, sì, le stanno portando fuori adesso. Se vi avvicinate potete vederle. Poi chiudiamo tutto che gli uffici devono riprendere a lavorare.”
Tra due ali di folla tenute a bada dagli agenti le barelle sfilarono verso le ambulanze. Le cerniere dei sacchi di plastica neri erano state lasciate aperte per rendere visibili i visi.
“Guarda! Il presidente della Giunta!”
“Questo è un colpaccio!”
“E laggiù c’è anche l’assessore alla Sanità! Se l’è cavata quel gran bastardo!”
“Sì, ma guarda quanto sangue! Gli sono letteralmente esplose le gambe!”
“Chissà dove andrà a farsi curare adesso!”
“Negli ospedali che ha chiuso, forse.”
“Si conclude qui il 37esimo episodio di REVOLUTION” recitò il giornalista in piedi accanto a loro, sorridendo all’obiettivo “Come avete visto nella puntata di oggi il gruppo di cittadini concorrenti ha scelto di effettuare un attentato dinamitardo nel palazzo della regione, eliminando nientemeno che il presidente della Giunta.”
I morti si alzarono dalle barelle e si spolverarono i vestiti.
Da alcuni camioncini scesero una ventina di addetti alle pulizie che entrarono nel palazzo spingendo i loro carrelli.
“Come potete vedere in sovrimpressione la giuria di REVOLUTION ha decretato questa performance come la migliore dopo quella dei concorrenti della quinta puntata che resta insuperata con l’omicidio del presidente del consiglio e della quasi totalità dei suoi ministri ad opera di un drone che ha vaporizzato gas Sarin sul palazzo di Montecitorio.”
Il gruppo di concorrenti si inchinò tra gli applausi.
“Ora la parola resta al vostro televoto! Ho il piacere di comunicarvi che siete tantissimi! Almeno trenta milioni di telespettatori, ci dicono i nostri esperti, che hanno partecipato solo oggi alla nostra Revolution! E a voi, popolo di rivoluzionari, chiediamo di affrettarvi a votare, per decretare col vostro voto il tentativo sovversivo che ha maggiormente suscitato la vostra approvazione e determinare così la nuova classifica! Commenteremo insieme tutti i risultati e la discussione domani sera in studio nello Speciale Revolution! Due ore di contenuti speciali e immagini inedite girate dietro le quinte della puntata odierna! Buonasera a tutti e a arrivederci a domani, sempre e solo su Rete Italia!”
“Ora forza signori!” il carabiniere tornò alla carica “vediamo di sgombrare la piazza!”
“D’accordo, d’accordo agente!”
“Abbiate pazienza. Devo solo fare il mio lavoro.”
“Ma sì certo, non si preoccupi, anche noi dobbiamo tornare a lavorare.”
“A chi lo dici” fece la donna “io ho dovuto usare l’ultimo dei miei dieci giorni di ferie annui e se arrivo in ritardo col cavolo che mi rinnovano il contratto!”
“Andiamo va’. Ciao ragazzi. Ci si sente domani.”
“Sì, ci si sente.”
“Comunque oggi è stato un sballo!”
“Davvero! Ma hai sentito che botto?”
“Uno sballo veramente! Un botto da sballo!”

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