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Non si dice da sé
il lucore che scrimina l’aria
in questo affievolirsi
di pomeriggio settembre
che ancora non smette
di sentirsi alba
e già prende a odorare di ieri.
Non declina le sue credenziali
il pulviscolo obliquo dalla vetrata
sulla melammina imbandita
di mani, coltellata
d’una gioia feriale
che coglie il presente a metà
d’una frase da niente.
Resta il mistero
dello sfogliarsi in rapida serie
di cartoncini sulla punta del pollice,
illusione d’altalena, d’un rimbalzo
di palla, dell’ondeggiare
del piede tuo accavallato
come mosso dal vento.
Nessuna gioia è qualsiasi,
nessun giorno è qualunque,
per questo restiamo in attesa.
Che qualcuno raccolga la lingua
lì dove giace accasciata,
sul fondo salmastro
d’un palato bivalve,
e dica questo incedere
senza rimedio
per dargli un suono che possa evocarlo
quando sarà dileguato.
Non sarò io
quel nominatore, eppure,
non io.
Aspetterò tutt’al più
e sarò cosa in fila
tra le cose da nominare,
pulviscolo e rimbalzo di palla.
Starò e non mi dirò da me,
mi terrò stretto l’epiteto
che mi verrà assegnato,
attenderò il tuffo nel dopo
facendo finta di niente.
Lascerò nella pace
farsi l’ora di cena.

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