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I piccoli formati marroni della collana Bur che paiono di carta riciclata ci giungono da tuo padre. Pare ne facesse collezione da ragazzo quando era un avidissimo lettore e dal Casentino, dove aveva passato un’infanzia di dopoguerra a piedi nudi, si era trovato inurbato a Siena, a metà degli anni cinquanta. Sono collocati un po’ dappertutto, qua e là sugli scaffali, a piccoli gruppi o isolati e si riconoscono a prima vista, con i loro titoli in grassetto nero sulla costa, sparpagliati tra le copertine moderne più colorate.
Loro e io di Jerome, Lo studente di Checov, l’Ispettore generale di Gogol, Onorina di Balzac, da sempre avvinta, chissà perché a Dottor Jekyll di venson (che la Ste è scomparsa da un pezzo, per consunzione). E poi Shakespeare, Maupassant, Molière, Shaw. Ognuno letto e riposto, ingiallito ma in perfetto stato di conservazione, qui direttamente da un tempo in cui l’Italia aveva un tasso di analfabetismo del 13 per cento ma non occupava il penultimo posto in Europa per numero di lettori né si poteva certo dire, come oggi, che il 57 per cento dei cittadini non leggesse neppure un libro in un anno.
Dovrebbe arrivarci da mio zio, invece, ed è in ottimo stato (tanto da dubitare che mai sia stato aperto) Le Lettvre per la qvinta classe dei centri vrbani (anno XX, Antonio Vallardi, Milano, 1942, lire 8). A pagina 29 ritrovo una lunga lettura titolata “La marcia su Roma” sottotitolo “Diario di uno squadrista”. È il 22 ottobre 1922: la mamma scopre che il figliolo diciannovenne va a Napoli a sentir parlare Mussolini insieme ad un ragazzo più grande, ventiquattrenne, che ha fatto la guerra negli arditi.
“- C’è Mussolini –, ho detto alla mamma abbracciandola. Poi per scherzare mi sono messo a canticchiare sulla sua spalla una nostra canzone:
Mamma non piangere se c’è l’avanzata,
L’ardito è forte, paura non ha.
Ma ho dovuto smettere, perché mi son sentito bagnare il collo. La mamma piangeva davvero.”
Lo zio non è mai stato molto adatto a questo mondo e temo rimpianga quel breve momento in cui il bene e il male gli sembravano chiari, prima che tutto si confondesse in questo pasticcio moderno dove non c’è più nessun Duce a dare la luce. Con la linea Gustav che gli passava attraverso il cortile di casa, ha visto il suo mondo di quattordicenne letteralmente sgretolarsi sotto le bombe alleate e lì si è deciso tutto il resto che sarebbe seguito. A quest’unico lascito si limita il suo contributo alla nostra libreria.
Un ruolo ben maggiore in questa sorta di acropoli verticale che occupa il centro della casa spetta invece a tua madre che, come si conviene ad una maggiorente, occupa gran parte degli scaffali alti. Quello a sinistra innanzitutto, con la Storia della Letteratura Italiana del Sapegno e i suoi nove volumi color salvia e le scritte oro con il logo Garzanti in basso sulla costa. Il primo volume, le Origini e il duecento, ha gli angoli sbiancati a forza di tenerlo in borsa. L’ho portato ovunque, al tempo in cui imparavo Dante a memoria, quando ancora non andava di moda farlo. Recitavo da solo, in piedi, nelle pause degli studi d’anatomia o fisiologia, con la voce impostata da Arnoldo Foà e mi commuovevo da solo. Siede la terra dove nata fui su la marina dove ‘l Po discende. Indi la cima qua e là menando come fosse lingua che parlasse. Da la cintola in su tutto ‘l vedrai.
Studiavo il Guinizzelli e i Siciliani, a fondo, senza che me lo chiedesse alcuno, per mio piacere, con la rivincita di chi si prende quel che vuole alla faccia di ciò che il mondo si aspetta da lui e sprezzavo i miei compagni di studi che mi guardavano inebetiti quando di fronte alle tavole anatomiche che illustravano, che so, la cervice uterina, declamavo, goduto e saccente: “impedito dal sasso, che la cervice mia superba doma”.
E anche molteplici testi scolastici sono apporto di tua madre, lo Spini, manuale di storia, il preziosissimo Calonghi, insuperato dizionario di latino, e il capostipite dei molti Rocci di casa che sarebbero via via seguiti, uno per generazione, simbolo insuperato della grevità del sapere, frutto della fatica perversa di padre Lorenzo, monaco gesuita, tormento di tutti gli studenti di greco antico fin dal 1939, anno sciagurato della sua prima edizione.
Ma sopra tutti gli altri, da tua madre ci viene un piccolo volume in brossura dalla copertina rossa che riconosco a prima vista senza cercarlo, lì nel secondo scaffale da destra, all’altezza degli occhi. Un libro che in sé non sarebbe particolarmente degno di nota, anzi, piuttosto usuale, visto che c’è stato un momento, nemmeno così lontano, in cui averlo è persino andato, per così dire, di moda e per questa ragione è presente in milioni di case italiane. Si tratta delle “Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana”, un classico nelle case di sinistra e nelle biblioteche scolastiche fino alla fine degli anni settanta.
Ma lì dentro, a pagina 149, inizia la lettera di Massimo, datata 4 Aprile 1944, ore 3.
Adorata Mene, moglie carissima.
Sono le ultime parole di suo padre, tuo nonno, fucilato il giorno seguente a Torino, al poligono del Martinetto, che saluta tua nonna incinta di una figlia che non conoscerà mai. Così c’è anche lui qui ad ingrossare il nostro piccolo lago verticale, con la sua voce e le sue pagine che si chiudono con “un caldo bacio” mai dato.
E si rivela davvero una miniera di informazioni preziosissima la nostra biblioteca, a voler fare un analisi della sua composizione, un albero genealogico vivente, un compendio d’araldica familiare in cui ogni libro, come uno stemma, porta la memoria della persona che ha partecipato alla sua formazione.
Mio padre, ad esempio, è riconoscibile in vari punti strategici. Innanzitutto, piuttosto in alto, non proprio a portata di mano, ci sono i tomi rilegati in pelle rossa dell’immancabile enciclopedia anni settanta che in nessuna casa con prole poteva al tempo mancare. Ricordo il venditore porta a porta che piazzò il colpo facendosi la giornata e ricordo l’accondiscendere di papà (capelli neri, viso di ragazzo) mentre trascurava le occhiatacce e i muti rimproveri di mia madre e firmava come si compie un atto doveroso (bisogna per forza avere un’enciclopedia, quando ci sono ragazzi che studiano).
Poi ci sono i libri che mi ha donato, che ricordo tutti, e quelli presi negli anni dalla biblioteca di famiglia e mai più restituiti, molti a dire il vero, ma tra tutti uno più caro. È il “Sale della Terra” di Carlo Monterosso, Rizzoli 1965.
C’è una prefazione di Carlo Bo a quei vangeli apocrifi, splendida e mistificatoria, che tentando di demolire la disperata umanizzazione del Cristo compiuta dall’autore, ebbe anche l’effetto irrimediabile di sancire l’ateismo di un ragazzino. Ricordo il momento, seduto in quel salotto di pelle rossa, una folgorazione che non ha perso ancora oggi la sua forza.
E poi ci sono gli apporti estemporanei all’invaso. Afflussi inaspettati, rivoli, precipitazioni occasionali, scioglimento di ghiacci fossili, fiumiciattoli carsici, piccoli torrenti stagionali che hanno lasciato qui la loro traccia e poi negli anni si sono prosciugati o hanno deviato il loro corso per versarsi in chissà quale altro mare.
Libri prestati, sottratti, non restituiti, rubati, dimenticati, con dediche misteriose, trovati ovunque, anche nella spazzatura.
Libri con paraculaggine acrobatica regalati a qualcuno ed in seguito riottenuti in prestito dal beneficiato e mai restituiti.
Libri dell’Euroclub, e alzi la mano chi non c’è mai cascato.
Libri che segnano fasi della vita, comprati da una persona che oggi non sono più e mai li ricomprerebbe o da persone che forse li rileggerebbero ancora, ma non possono più farlo.
Di tua nonna gli spartiti musicali per pianoforte con il delizioso “Quello che un pianista deve sapere” (Ed. Curci, Milano, 1935) e di tua zia (ti arrabbi se ti si dice che le somigli) le meravigliose tavole con gli esercizi di calligrafia.
Di un amico che non ho più (non perdonerò mai il modo in cui è uscito dalla mia vita) “Il nuovo cercadischi” sottotitolo “Guida alla formazione di una discoteca” con un bel vinile in copertina.
Delle mie figlie decine di titoli, frutti del patto leonino da me imposto che prevedeva l’acquisto di qualsiasi libro chiedessero a patto che venisse poi lasciato qui, nella biblioteca di famiglia. Così si spiega Harry Potter vicino a Salinger, Hunger Games e Hugo inusuali compagni di scaffale.
Tuoi invece alcuni bei titoli letti da ragazza nelle lunghe estati passate alla spiaggia quando ti annoiavi molto più d’oggi e molto di più leggevi (benedetta noia che faceva leggere e fantasticare, benedette estati che non finivano mai, misurate dai libri letti uno dietro l’altro). Foto di gruppo con signora, Pentimento e il Tempo dei Furfanti, Zazie dans le métro, Agostino di Moravia. Ti ricordo su quella sdraio con il libro immancabile che ti faceva ombra sulla pancia e ti lasciava un segno bianco che restava per mesi.
E quante persone ancora stanno qui, su questi scaffali, che vedo ancora o che non ho mai più visto, persone a cui devo alcuni di questi libri o il cui ricordo è rimasto vivo perché su di loro si posava il mio sguardo mentre li leggevo, come ci insegna Proust (“…li sfogliamo come fossero gli unici calendari conservati dei giorni passati e ci aspettiamo di vedere, riflessi sulle loro pagine, le case e gli stagni che non esistono più…”).
La responsabile della biblioteca a cui non ho mai restituito “Bob Dylan, ballate e canzoni” nella traduzione di Fernanda Pivano, improbabile bionda avvizzita che a quest’ora sarà di certo tra i più, vecchia com’era già più di trent’anni fa (ci chiudevamo con gli amici nella macchina di mio padre ad ascoltare le cassette dei fratelli grandi di Luca, e Bob attaccava con quella voce nasale che mi faceva impazzire e io fingevo di saper tradurre i testi a braccio perché li avevo letti e imparati a memoria sul libro trafugato).
Raffaele che mi prestò il Busto di gesso di Tumiati. Chissà che fine avrà fatto. Ricordo la sua stanza di ragazzo che odorava di mobili nuovi, quando me lo porse con un sorriso. Comunque il libro era bellissimo e molti anni dopo me lo sono procurato di nuovo.
E molti altri.
Gianni (per breve tempo amatissimo) che per primo mi parlò del Caso e la Necessità di Jacques Monod (sono anni che lo vedo solo attraverso la copertina verde acqua di questo saggio straordinario) e mio nonno materno (penso sempre più spesso ai miei nonni mano a mano che invecchio) che mi concesse di prendere dalla sua libreria un’intera collana di Salgari i cui volumi erano ancora avvolti nel cellophane uno ad uno. Li hanno ancora i miei genitori quei libri. Devo assolutamente trovare il modo di riappropriarmene.
Questo significa ogni giorno passare di fronte a questa libreria genealogica, a questa mappa cercapersone, a questa galleria di ritratti. Rivedere visi, ripercorrere storie che sono avvenute fuori dalle pagine mentre all’interno ne avvenivano altre, non meno vere. Ricordare che nulla di ciò che è oggi è estraneo a nulla di ciò che è stato. Rendere omaggio a tutti quelli che hanno contribuito, volenti o nolenti, a fare del mio mondo interiore quello che è. E strizzare l’occhio a certuni, salutarne altri, mandarne al diavolo un discreto numero, al dio della lettura piacendo.
Prima di aggiungere una nuova lettura e altre persone.
Prima che tutto questo si scomponga un giorno in altre librerie, in altre storie, in altre geografie dove io non starò qui ma sugli scaffali.
Al dio della lettura e delle librerie piacendo.

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