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Il mio popolo è un popolo
vile
di grandi proclami, di occhi
puntati alle scarpe e cuori
di predatore celati
per colpire alle spalle
quando è il caso
e vite ovine per fuggire
non di paura
– giammai –
ma per proteggere i figli
bisognosi o la madre inferma,
suddiviso in greggi
vestite del vello d’ordinanza
a transumare in fila sui sentieri
decisi per lui
in un tempo altro
di cui non ha memoria
da qualcuno che nemmeno
più ricorda
attento a non mostrarsi mai
diverso dal proprio vicino
mentre segretamente
reputa sé stesso inimitabile
campione della propria stirpe
e più scaltro
d’ogni altro intorno
incapace di lasciare il branco
ma pronto a lasciare
ognuno dei compagni per via
quando fosse di peso,
un popolo di poveri
che odiano i poveri
e idolatrano il successo
che il secolo decreta agli impostori,
che pretende la pietà e ha scordato
ogni pietà e reclama
l’accoglienza e non accoglie
e che ha sofferto,
è vero, a lungo
ma sempre per mano d’altri,
per colpa d’altri, del Fato,
di un qualche estraneo
manigoldo,
della Storia
e mai ha saputo offrire
la propria sofferenza in pegno
per giungere a un traguardo
condiviso e ammira il coraggio
quando è degli altri
e il sublime sacrificio
a cui è costretto a sottrarsi
suo malgrado
e non edificherà mai nulla
perché di nulla è disposto a privarsi
e vive così, nel giorno, arraffando
i propri oggetti, i piccoli simboli
del lusso ostentandoli
e nascondendoli ai fratelli
che a nessuno venga in mente
di farsene fregio in vece sua.
Arriveranno quattro profughi
a giorni nel paese dove vivo
senza nemmeno una valigia
naufragati qui
da chissà quale guerra asiatica
o africana in un alloggio
offerto dal comune
e nella piazza non si parla d’altro
si scuotono le teste
si tengono i bambini stretti
per la mano
si chiudono a chiave i cancelli
e forse si preparano le torce
o le forche
magari
dio ci perdoni.
Il mio popolo è vile
e si placa
senza fatica la coscienza:
una carezza ai bambini
un pianto a metà di un funerale
o durante il sacro officio
della trasmissione in prima sera
una preghiera recitata
a mani giunte
una poesia sulla viltà
degli altri
e via così che domani
è sabato e si può dormire
e bere
o chiavare magari
ora che i figli sono grandi
finalmente
e fanno notte fuori
con gli amici.

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