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Disperatissimo sensazionare quando ti coscienti del fievolirsi dell’amore. Si potrebbe somigliarlo, metaforandolo, a quelle ore intorno alla diciannovesima del serare estivo, quando la luce soleggia piena ma registrano i tuoi visibilatori un deilluminarsi impercepito, un deperfettirsi, un minorarsi mirantabile solo a te che hai conosciuto la solagione del metà die. Ed è talmente miserato, inaccipibile questo coscienziare che la mente si pavida e finziona di non aver vedato e si sforza di risare la tua bocca, ma il suo risare è finzio, sforzante, artificiato. Così, nel mutume, lasci profondare ogni prezioseria, spettacolando che tutto sia come intacco, sciugando pianamente ogni goccia preziosanta della tua sorgifonte.
E si malattìa il cardio, di un morbitudine che non si riesce a verbare, così sventurante che bisogna di trovare parole novellate per linguarlo, che quelle sciute, già lo nosci, mai e poi mai ti potranno sufficiare.

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