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Senza che tu sia uscita
mi levo al tuo bussare, fine
del dì di festa, e ti lascio entrare.
È con sollievo che ti accolgo,
mia temuta, qui dove ti accoglie
il mio sollievo, con sollievo
ti lascio dilagare dove tutto ti attende
nella mia trama fitta di quisquilie
a riempirmi ogni riga, ogni riparo,
dove niente troverai
che già non fosse tuo e me tra gli altri
quasi impaziente di sentire
il tuo inverarsi, il mortaio che torna
a pestare il poco, il realizzarsi
fioco della profezia.
Pensa, mi sembra di sentirmi dire,
alle filosofie della consolazione
che vorrebbero, ignorandoti
dilatare il flusso
o a quelle d’espiazione, cupe,
che ti invocano a ogni piè sospinto
per ornare l’istante di un monile
che mai saprà portare e tu ridi,
ridi
come la traiettoria ineluttabile
dei gravi, come l’interrarsi di una spanna
ogni cent’anni delle città romane,
come la perdita di un dente
che faceva del tuo riso il tuo
e un riso ignoto di quello che rimane.
Ti fermerai qui stanotte, fine,
senza che io t’abbia mai scordata
né invitata, senza lotta,
a sparecchiare il lunedì
che hai imbandito sabato mattina
quando abbiamo cominciato a rivestirci
per tornare
ed eravamo quasi pronti
per andare al mare.

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