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Il sedicesimo libro a partire da destra, sesto scaffale della sezione centrale della libreria componibile situata nell’interno dodici del civico sette di Vico Malfatti, conteneva, tra le pagine centotrentasei e centotrentasette, un foglietto scritto nell’estate del 1995 che Lucia ritrovò per caso un giovedì mattina, dopo oltre vent’anni, mentre svuotava la casa dov’era cresciuta.
Il piccolo Mattia dormiva dabbasso, tutto imbronciato nel seggiolino vicino alla finestra e Lucia, appollaiata sull’ultimo gradino della scala, i capelli scompigliati e lucenti, avvertì un tremore improvviso allo stomaco nel riconoscere la grafia minuta della madre srotolarsi lungo il filo nero di una bic punta fine che rivedeva senza fatica, gialla, fra le dita di lei gialle di tabacco e monili.
“Scrivere in cima ad una scala.”
Il foglio proveniva da un quaderno ad anelli e ne conservava al bordo i fori in fila come cicatrici sbrindellate. Era stato piegato in quattro e tendeva ostinatamente a ricomporsi nella sua croce.
“Scrivere in cima ad una scala, tu che dormi lì in basso nel tuo infant sit, io che non vorrei altro se non questo e sentire per certo che qui saremo felici. Lascio questa briciola di pane sperando non la mangino i passeri e sapendo che lo faranno senz’altro, alla fine. Così spesso della felicità non resta memoria come se solo il dolore meritasse di lasciare una traccia”.
Lucia ebbe un singhiozzo.
Anche Mattia di sotto ebbe un singhiozzo di sonno e di latte.
Gli uomini del trasloco entrarono domandando istruzioni.
Lucia disse loro che per quel giorno poteva bastare, ma teneva il viso voltato, per vedere meglio quello che stava facendo.

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