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A Enrica, che mi ha accennato, forse, questa storia.

Quando qualcuno racconta un fatto molto lontano nel tempo sostenendo di ricordarlo alla perfezione, non riusciamo a non sentirci un po’ scettici.
È come se la stessa ragione che non ci rende possibile credere fino in fondo alla nostra morte, il tempo in cui non ci saremo, ci facesse guardare con sospetto anche il tempo passato, quello in cui non c’eravamo, inducendoci a metterlo in dubbio, facendoci diffidare dell’oggetto stesso di un ricordo non nostro.
Tu adesso promettimi di non farlo.
Promettimi di non dubitare.
Se la nonna ti dice che ricorda il 4 giugno del 1957 proprio come se ci fosse dentro, tu sforzati di crederle.
Quell’anno il mese era iniziato con un tempo tremendo. Due giorni prima un nubifragio spaventoso si era abbattuto sulle nostre campagne. Nel giro di pochi minuti il cielo si era fatto nero come la notte e un tuono spaventoso aveva dato il via alle danze. In un attimo tutte le stradette di collina si erano trasformate in veri e propri torrenti, c’erano stati allagamenti dappertutto e a Pontestura era persino crollata una galleria interrompendo la linea ferroviaria.
Marisa ed io tornavamo verso Casale spingendo le biciclette e la pioggerella che si alternava alle brevi schiarite nemmeno la sentivamo. Avevamo passato il pomeriggio lungo lo stradone ad aspettare il passaggio del giro ed avevamo gli occhi pieni di quella giostra di eroi che pedalavano da Genova e ci erano sfilati davanti come uno stormo di uccelli migratori diretti su a nord, verso Saint Vincent e da lì alle montagne.
Ce ne stavamo scambiando ancora le impressioni tutte eccitate quando un ombra di ragazzo ci passò accanto come uno spericolato sulla strada fangosa.
Con una mano guidava e con l’altra teneva l’ombrello, come un acrobata del circo. Venti metri dopo averci superate si fermò per attenderci. Noi, che ci eravamo già riprese dalla sorpresa, lo raggiungemmo ridacchiando.
“Ciao signorine! Cosa fate tutte sole con questo tempo?”
“Attento te, che finisci seduto per terra”
“Arturo non può cadere, signorine!”
Restammo quasi mezz’ora a parlare, lì a lato di strada, e quando riattaccava la pioggia Arturo ci copriva con l’ombrello e rideva. Ci invitò a Valenza per il sabato, alla sala da ballo nuova e noi non dicemmo né sì né no.
Fu quella la prima volta che lo vidi ma non fu lì che lo conobbi.
Quando al sabato mi cinse con il braccio destro e io posai la mia mano vicino alla sua spalla solo allora seppi chi era.
Poi per più di due ore io fui la dama e lui il cavaliere.
Mazurca, Polca, Valzer, Beguine non c’era ballo che non eseguissimo alla perfezione. Cambi di piede, spostamenti laterali, promenade, eravamo bellissimi, perfetti l’uno per l’altra. Per due ore io fui sua, per due ore lui fu mio.
Non ti ricordi vero del nonno? Eri troppo piccola, certo. Ma voglio che tu sappia che tutta la vita dopo non fu troppo diversa da quel primo ballo. A volte lenta, con le pause dovute, a volte veloce, tutta passaggi leggeri che quasi non si capisce chi conduca tanto si è una cosa sola. È quando va così che capisci che stai ballando come si deve.
Tu non avevi nemmeno un anno quel pomeriggio ed era sempre sabato, per uno di quei lunghissimi giri che fanno le vite delle persone.
La pista era ancora nostra, un giro naturale e un giro rovescio, cambio da sinistra a destra, passo stop, piroetta a destra. Arturo concluse la Mazurca e si inginocchiò ai miei piedi come stesse eseguendo un nuovo passo di sua invenzione. Io mi inginocchiai con lui e qualcuno intorno applaudì. Quando arrivarono i militi della croce era già morto.
Sono della stessa natura il passato e il futuro.
Sono la riva dove non eri e la riva dove non sarai unite dal ponte su cui cammini.
Se un giorno vorrai la nonna ti insegnerà a ballare.
Così anche tu lo attraverserai danzando.

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