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E se io avessi la certezza della tua esistenza, per una prova inconfutabile solo a me manifesta, per uno sprazzo di consapevolezza concessomi per tuo disegno o per celia della sorte, pure rinuncerei a te.
Mi rifiuterei di ammetterti, di riconoscerti, volgerei il capo, chiuderei gli occhi.
Perché l’universo è un posto triste, meraviglioso e triste, ma ancora più triste sarebbe saperlo scaturito da un’atto di volontà suprema.
Riconoscere ogni cosa parte di un progetto ordito da una mente e noi viventi soggetti di una rappresentazione voluta e controllata, guidata, sorvegliata da un regista onnipotente. Essere amati nostro malgrado o odiati, è lo stesso, o ignorati da un onnisciente padre amorevole o manchevole o trascurato ma padre: questo sopra ogni cosa mi sarebbe intollerabile.
Questo unirebbe l’arbitrio al dramma, con l’aggravante della premeditazione e dell’efferatezza. Sancirebbe la prigionia, la schiavitù, decreterebbe in via definitiva non la nostra superfluità, che è pacifica, ma il nostro asservimento di mattoni, o pedine o tasselli ad un capriccio a cui ognuno serve e per cui nessuno è indispensabile.
Il caso, vedi, con il tempo s’è finito per accettarlo, soggetto alle sue forze cieche. Essere trascinati dall’insensatezza, dalla follia, può dare una sua pace amara; si può arrivare fors’anche a scusare una causa così, una non causa.
Ma un’entità che tutto vede e tutto sa e nella solitudine agisce, inventa gli atomi e poi li muove senza chiedere permesso, li fa cozzare, li aggrega e li scioglie, ne decreta la durata e il peso e poi li guarda e ne giudica il segno, no, uno così no, uno così non potrebbe mai essere degno di perdono. E un’arroganza così grande mai, se fosse vera, si potrebbe tollerarla.
Per questo rinuncerei a te, anche ci fossi.
Perché mi rifiuterei di esistere solo per essere parte del tuo piano, il combustibile che alimenta la luce che ti glorifica, che mi precede e mi sopravviverà quando sarò consumato e bruciando della mia fiamma breve servire alla testimonianza della tua gloria.
Io mai e poi mai vorrei esser questo. La manifestazione di un potere che non conosco. Il significato di una frase che mi è incomprensibile e non sono stato chiamato a interpretare.
E il consenso che vorresti da me a posteriori, quand’anche te lo dessi oggi, in ogni caso non potrebbe aver valore.
Esistessi ti direi invece che avresti potuto fare ben diversamente.
Avresti potuto chiedere perdono, come io chiedo perdono ogni giorno ai miei figli per il mio crimine d’amore. Avresti potuto dire scusate, mi dispiace, siete i miei giocattoli venuti male, non avevo il diritto, vi cancello senza dolore e cancello me stesso per il mio errore. O continuate ad esserci se proprio volete, vi chiedo perdono fin d’ora per avervi messo di fronte a questa scelta atroce.
Ma questo avrebbe fatto di te un dio che sbaglia e lo ammette. Ti avrebbe elevato quasi ad essere un uomo. E io un uomo così l’avrei anche potuto perdonare.
Non amare magari ma con il tempo accettarne la compagnia.
Fare due passi insieme al tramonto in silenzio, sedersi e guardare il sole naufragare nel mare e Venere farsi lucente. Bere una birra, trovarla un po’ calda, sospirare senza ragione e dirsi tutto in quel solo sospiro, senza nemmeno aprire la bocca.

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