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Anima mia,
bisogna che ti racconti il posto in cui mi trovo perché senza averlo visto è quasi impossibile immaginarlo.
Qui tutti parlano. Ovunque per le strade, in questa piazza, negli ascensori, nelle case risuona senza sosta un vociare diseguale e ininterrotto.
Certuni lo fanno sottovoce, altri urlano, altri ancora usano un tono basso e un timbro suadente. Qualcuno, qua e là, declama in piedi su una sedia, su una cassa di legno, qualcun altro canta le parole come fossero quelle di una canzone, la musica la inventano, non so, o la scopiazzano da motivetti famosi.
Pochissimi usano il microfono, i più confidano nella propria voce. Ce ne sono certi che ne sfoggiano di potenti, tenorili, altri di sensuali, con le consonanti arrotondate come il fruscio della palla da biliardo sul panno, altri ancora gorgogliano con una bronchia rantolosa di tabacco combusto sin dal primo mattino che sembra insegua un colpo di tosse e fa venir voglia di schiarirsi in gola.
I creativi, in ordine sparso, corredano le proprie frasi con schizzi e disegni su fogli o piccole lavagne o danzano, arringando un pubblico il più delle volte inesistente o passante o distratto.
All’angolo della piazza posso vedere un giovane vestito da principe danese con il suo teschio, una discreta imitazione in plastica bianca, in bilico sul palmo della mano destra. Ha gli occhi vuoti e la bocca colma di versi in inglese o in una qualche lingua baltica, difficile dirlo da qui. Poco distante un gruppo di donne, sei, forse sette, parla in playback mentre le frasi preventivamente registrate vengono diffuse da un impianto stereo di ragguardevoli dimensioni.
Gli argomenti poi. Gli argomenti dovresti sentirli. Sono i più disparati.
L’omeopatia, la noia, l’arma dei bersaglieri, l’adolescenza inquieta, la cucina internazionale, le onde gravitazionali, la dispari distribuzione delle risorse mondiali, l’impari lotta contro le multinazionali, l’ecologia, il sesso, il calcio, il rock and roll. Una poesia. Un lamento funebre. Il racconto di un bel posto, di un buon vino. Un’altra poesia. Il ricordo di un corpo.
Perché io dovrei unire la mia voce a queste voci?
Perché anima mia, perché?
E perché non dovrei farlo? Perché?
Questo clamore mi spegne, mi toglie il fiato. Tu che mi sei sempre stata accanto come un braccio al corpo, come un orecchio alla testa, sai quanto concupisca il silenzio. Da rompere piano, con rispetto, di rado, a bassa voce. Interrompermi quando inizia a parlare un altro e ascoltarlo. Piano, con rispetto, di rado, a bassa voce.
Oppure non è così e io mento? Guardami anima mia, dimmi la verità. Vedi in me i segni della malattia? Forse è così. Forse è solo una smisurata presunzione che non tollera altre voci se non la propria, quel che muove il mio sentimento.
Scrivimi al più presto e dimmi che ne pensi.
Da parte mia non so dirti quando partirò, quanto ancora resterò qui. Forse un giorno, forse due, forse tutto il tempo necessario per capire.
Tu coltivami intanto quel saggio sul limite e non scordarti di dar da bere alle azalee.
Buona notte da un confuso me, per sempre tuo.

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