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Sapessi qual’è il peso
della pietanza che ingolli a cucchiaiate
ti confonderesti,
ogni papilla vorresti sull’attenti
e l’orologio
lo pregheresti lento,
masticheresti assorto e inghiottiresti
non così come fai, ridente,
ma timoroso
d’aver perso qualche sentore
e piangeresti alla fine
il piatto vuoto da cui l’odore
inesorabilmente sfuma.
Meglio non sapere
e dare fondo
ai grappoli neri del caviale
a bocca piena
l’occhio distratto,
facendone cadere ai lati,
sulle vesti,
persuaso follemente
che la ghiacciaia ne sarà prodiga
in eterno, lasciandone i resti
nel piatto e dandolo
da pulire al gatto
con i piedi già fuori dalla stanza
la tavola lasciata ingombra
verso una giornata fitta
di formidabili gioie
da scordare.

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