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Sei rimasta indietro mentre il gruppo delle altre si faceva sempre più lontano. All’improvviso sembrava avessero una gran fretta e nel tempo di pochi istanti non sei riuscita più a vederle.
Non hai fatto nulla per raggiungerle e sei andata avanti da sola, tenendo la tua direzione, come avevi sempre fatto.
Forse quello è stato l’inizio di tutto.
Da quel momento hai imparato a sentire nei giorni tutti uguali che restare da sola era ciò che doveva succedere, come se ogni istante si caricasse così di un senso nuovo. Come se solo così tutto quel viaggiare potesse divenire il tuo viaggio. Inspiegabile e affascinante. Terribile e irripetibile.
Quando hai sentito che non potevi fare a meno di precipitare hai capito che c’era un esito, alla fine. Che non sarebbe andata avanti così all’infinito. E ti sei lasciata andare.
Quando le altre prima di te sono passate c’erano milioni di occhi ad osservarle. Milioni di bocche ad esclamare.
Tu non stupirti che questa sera invece sia deserta.
Gli occhi degli uomini guardano tutti dalla stessa parte nello stesso momento per cercare di vedere quello che si aspettano di vedere e quando credono di averlo visto distolgono lo sguardo. E stasera è una sera di settembre di quelle che nessuno più sta qui ad interrogare il cielo.
Se sapessero invece quanto è bella la tua fiamma che attraversa questo nero già freddo. Così netta e persistente la tua scia che sembra di vederne il fumo. E non è vero che non c’era nessuno ad assistere al tuo gran finale. Qua sotto sdraiato con il naso all’aria e il cuore pesto di tristezza c’ero io. Così non sei caduta per nulla. Il tuo istante breve che brucia e solca la notte io l’ho visto e posso raccontarlo. Ci sarò io a ricordarti, solitaria stella che cade, ritardataria e triste, te lo prometto. Noi che bruciamo in un attimo come lampi nel buio ci capiamo. Perché abbiamo bisogno di esprimere lo stesso desiderio: che qualcuno racconti che ci siamo stati, che qualcuno creda che non ci siamo stati invano.

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