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L’uomo in completo scuro firmato Gucci conduce lentamente la sua decappottabile lungo il viale che porta al cancello d’uscita della clinica. Appoggiata sul sedile del passeggero gli fa compagnia una grande busta gialla. Nella busta ci sono le radiografie appena ritirate e nel polmone destro una grande macchia frastagliata.
L’uomo percorre il giardino della villa con il suo abituale passo frettoloso ed entra in casa. Il grande atrio è ingombro di valigie. L’uomo comunica ai familiari che non potrà partire con loro per un improvviso contrattempo di lavoro e li raggiungerà tra qualche giorno.
Le ragazze eccitate salutano papà con un cenno mentre il loro cuore è già in volo a quarantamila piedi. La moglie lo sfiora sulla guancia con una carezza che racconta una storia lunga quanto tutti i giorni della loro vita e poi chiude la portiera del taxi.
L’uomo beve un bicchiere di vino al bancone gremito di gente e poi fa una telefonata con il telefono che è vicino alla toilette dietro agli scatoloni della birra. L’accordo preso tanto tempo fa prevedeva che quella telefonata potesse essere fatta ogni giorno ed oggi è quel giorno.
Il dott. Riccio arriva alla villa che è già buio. Tira fuori dalle tasche della giacca due fiale bianche, una piccola bottiglia, un laccio e altre piccole buste di carta che appoggia sul tavolo. Parla brevemente ed esce in fretta, senza salutare.
Sbarbato di fresco nella sua camicia bianca con la manica rimboccata l’uomo guarda il liquido bianco colorare il tubicino trasparente e correre dalla bottiglia appesa al ramo più basso del ciliegio giù verso il suo braccio. Il ciliegio presto sarà in fiore pensa l’uomo. Poi sorride e immagina di fare un inchino leggero col capo mentre invita la notte ad entrare.

L’uomo con la tuta da ginnastica (prezzi pazzi da Decathlon nove euro e novanta) conduce la sua punto arancione fuori dal parcheggio del grande ospedale. Appoggiata sul sedile del passeggero gli fa compagnia una grande busta gialla. Nella busta ci sono le radiografie appena ritirate. L’uomo non ha capito quasi niente della spiegazione del dottore che continuava a interrompersi per parlare al cellulare ma è chiaro che nel polmone destro c’è una di quelle cose brutte che non ci dovrebbero essere.
L’uomo entra nell’ascensore del suo condominio con le pareti di metallo tempestate di scritte nere che ormai conosce a memoria. Gina è una troia. Telefonami faccio pompini (segue numero). Juve merda. Apre la porta di casa: l’ingresso è ingombro di valigie. L’uomo comunica ai familiari che non potrà partire con loro per un improvviso contrattempo di lavoro e li raggiungerà tra qualche giorno.
Le ragazze eccitate salutano con un cenno dai finestrini del taxi mentre il loro cuore è già a casa dei cugini, in campagna.
L’uomo beve un bicchiere di vino al bancone gremito di gente per farsi coraggio e poi fa una telefonata con il telefono che è vicino alla toilette dietro agli scatoloni della birra. L’accordo preso tanto tempo fa prevedeva che quella telefonata potesse essere fatta ogni giorno ed oggi è quel giorno.
Manuel suona al citofono che è già buio. Tira fuori dalla tasca della giacca il ferro e due pallottole che appoggia sul tavolo. Parla brevemente ed esce in fretta, senza salutare.
Con la canottiera pulita e la faccia sbarbata di fresco l’uomo siede sul piccolo balcone della cucina e guarda il palazzo di fronte dormire attraverso la ringhiera scrostata. Si sente ancora l’odore di centinaia di cene nell’aria che è già tiepida di primavera. L’uomo fa scorrere il carrello e poi si punta la pistola alla tempia. Il piccolo ciliegio che è in cortile presto sarà in fiore pensa l’uomo. Come è capace di fare ogni anno nonostante ci piscino sopra i cani di tutto il quartiere. Poi sorride e immagina di fare un inchino leggero col capo mentre invita la notte ad entrare.

Piccola nota ad uso del lettore.
Non c’è nessuna differenza tra questi due racconti eccetto una, apparentemente da poco, che però significa tutto. Non è difficile da trovare eppure molto spesso sfugge, se si legge frettolosamente. Spero tanto sia saltata subito agli occhi. In quel piccolo particolare sta l’unico senso possibile di questa storia che per il resto temo non abbia alcuna spiegazione, come quasi tutte le storie.

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