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M’era preso il bisogno insopprimibile di far rilegare un libro.
Se io fossi uno che sa guardare se stesso con un minimo di senso critico già avrei intravisto una premonizione in questo proposito. Una vocazione inequivocabile di inadeguatezza e di fallimento.
Oggi si legge sul tablet, sul kindle e quando i supporti invecchiano, si sbeccano, si infrangono, si rompono, li si butta e avanti un altro. Nessuno si sognerebbe di rilegare un Ipad per renderlo di nuovo utilizzabile. Nel loro essere l’ultimo modello, nuovi, fiammanti, c’è la maggior parte del senso degli oggetti che perdono fascino ogni mese che passa, invece di acquistarne. Il mio desiderio di rilegare un libro stava al presente un po’ come se uno si alzasse e dicesse alla moglie che diteggia su WhatsApp: “Temo ci siano da cambiare i finimenti del calesse”.
Ma il libro che volevo rilegare non era un libro qualsiasi. Ci avevo studiato io e mio padre prima ancora e ora ci studiava mia figlia. In seconda e terza di copertina e ovunque negli spazi bianchi delle pagine c’erano scritte a matita con le nostre grafie, l’una vicina all’altra, e foglietti di appunti che realizzavano in quel luogo un po’ ingiallito il miracolo di noi tre sedicenni che condividevamo insieme la stessa lettura e lo stesso studio.
Una porta temporale, una sfida agli anni.
Per tutte queste ottime ragioni, il sottoscritto, di essere così orribilmente demodé figuriamoci se poteva farsene un problema. Per tutte queste ottime ragioni l’intenzione di rilegare il libro non gli vacillava minimamente. A lui.
Anzi.
Eh già.
Dal momento che ero (e sono) un’inguaribile ingenuo la mia ricerca partì da dove pensavo dovessero partire tutte le umane ricerche: chiedendo un po’ in giro. La domanda era qualcosa del tipo “conosci un buon rilegatore?”.
Mi bastarono due o tre reazioni per capire che quella era la strategia sbagliata. Una volta sentita la domanda, il viso dei miei interlocutori si trasfigurava e assumeva sempre una nuova particolare espressione. Emanuele assunse quella detta “oddio mi sono seduto sull’origami della bambina dei vicini malata di leucemia”. Giuseppe modificò il suo viso e impersonò quella, tipica degli spogliatoi, ” è inutile che guardiate me, io mi lavo tutti i giorni e cambio le calze, anche”. Marco optò per un classico “oggi c’ho certi pensieri per la testa che non l’ho manco sentita la tua domanda”.
Ve bene. Dagli amici mi guardi Dio. Non restava che il grande oracolo dell’uomo moderno.
Io il wi-fi in casa all’inizio non ce lo volevo mettere che giravano un sacco di voci che faceva malissimo specie ai bambini. Poi quelle voci pian piano sono scomparse e non avere il wi-fi in casa sembrava fosse come non avere l’acqua corrente. Evidentemente dovevano aver scoperto che non è vero che fa così male. All’inizio avevamo qualche problema perché il segnale non arrivava dappertutto e così si doveva stare tutti con i nostri dispositivi vicino al router come i pulcini vicino ad una lampadina. Allora mi hanno spiegato che dovevo mettere degli access point, specie di ripetitori che rimbalzavano le onde ovunque nella casa. Ci avevo messo un mese a realizzare la cosa dedicandole tutto il mio tempo libero ma alla fine avevo la grande soddisfazione di avere tutto il mondo a portata di dita anche stando seduto sulla coppa del cesso.
Non so come avevo potuto vivere fino a quel momento andando a guardare fuori dalla finestra per vedere che tempo faceva. Adesso finalmente potevo togliermi il dubbio senza neanche alzarmi dal letto.
Digitando sul motore di ricerca “rilegatura libri” seguito dal nome della mia città vennero fuori come per magia tre voci di cui due erano sciocchezze e pubblicità inutili. Pareva che ci fosse solo un artigiano che si occupava di una cosa così banale in tutta la città.
Comunque lo avevo trovato. Era fatta. Che bella cosa la tecnologia.
Cliccando sul link comparve la pagina di un servizio di indirizzi e, ricliccando, una scritta che diceva che l’indirizzo era disponibile se ero interessato. Naturalmente ero interessato se no che diavolo ci stavo a fare a guardare il loro stupido servizio. Il quale servizio si rivelò a pagamento e avere il numero del rilegatore misterioso costava 7 euro.
Lieve e sommesso senso di fastidio.
Per pagare i sette euro bisognava usare una carta di credito facente parte dei circuiti ammessi. Ora succede che io, per misteriose dinamiche che non starò a riassumere, non ho carte di credito e le carte della famiglia sono tutte intestate a mia moglie.
Avevo bisogno di lei come al solito.
Senso di fastidio sempre meno lieve e sempre meno sommesso.
Al momento il capo non era in casa ma per fortuna vivevamo nell’era del cellulare. Che bella questa cosa che ovunque uno si trovi è raggiungibile senza difficoltà. E com’è utile. Basti pensare alle urgenze e alle emergenze e a quante vite deve aver salvato questa splendida invenzione. Io per comunicare con lei ho acceso l’opzione “tu e io” così al modesto costo di un euro alla settimana le posso parlare gratis tutte le volte che voglio proprio come fosse mia moglie. Peccato che il credito della mia prepagata era terminato e per poter effettuare la chiamata gratuita dovevo pagare. No problem: potevo ricaricare via Web. Bastava avere la carta di credito. Appunto.
Aspettai pazientemente il ritorno a casa di mia moglie. Un’attesa un po’ vecchi tempi. Lessi, pensai, roba cosí, roba antica.
L’intestataria delle carte al suo ritorno mi spiegò pazientemente, come un insegnante di sostegno, che è meglio non usare la carta di credito principale per questi pagamenti perché non è sicuro. Meglio avvalersi di una carta prepagata o del sistema Pay Pal.
Ce l’aveva il mio sito di indirizzi il sistema Pay Pal?
E io che accidente ne sapevo?
Mi precipitai a verificare. Non era facile: il sito si occupava della vendita di un mucchio di cose ma alla fine avrei detto che sì, sembrava ce l’avesse. Lo slogan del sistema era “semplificati la vita”. Non chiedevo di meglio. Dopo un numero indefinito di tentativi infruttuosi scoprii che “la protezione non si applica in caso di beni digitali (e-book, brani musicali, ecc.), servizi, proprietà…”.
Servizi. Sapere il numero dell’ultimo dei rilegatori del mondo era un fottuto servizio. Bisognava tornare all’opzione carta prepagata.
Quando l’intestataria, bontà sua, si stancò di vedermi gironzolare intorno a lei come un parcheggiatore intorno ad un auto con il tempo di sosta scaduto, si dedicò finalmente al mio problema per scoprire che la carta prepagata era stata prosciugata dall’ultimo acquisto di una delle figlie: un travestimento manga con tanto di mantello.
Giusto.
E per che altro se no?
Si doveva ricaricare la carta, era evidente. Ci pensò l’intestataria non senza farmi pesare che ogni ricarica costa un euro. Sì perché la prima volta è gratis e le volte successive costano un euro. Tecnica del pusher. Comunque l’amministratrice familiare che cosa voleva farmi credere che fosse un euro di fronte al mio preziosissimo libro dei ricordi? Mi sorse il sospetto che per l’indispensabile e vitale travestimento manga tutte ‘ste scene non le avesse fatte.
Con la mia rimpinguata carta ottenni finalmente il numero agognato e mi precipitai a comporlo. No, d’accordo, come non detto, il mio cellulare continuava ad essere a secco. Ripiegamento sul cellulare dell’amministratrice unica, figura sempre più indispensabile, diciamo tipo badante.
Senso di fastidio in netta crescita.
Mi schiarii la voce mentre il telefono squillava. Ero in attesa di sentire la voce pastosa di un artigiano saggio. Uno che capisce qual è il valore di un libro, che lo rispetta. Partì la colonna sonora di Top Gun nel mio orecchio sinistro incredulo.
Perché uno che rilega libri sceglie come suono della segreteria la musica di un film sui piloti di aerei a reazione?
“Sarà veloce come un Jet nelle consegne” mi dissi senza crederci molto.
Il rilegatore non c’era e bisognava lasciare un messaggio nella segreteria telefonica oppure recarsi di persona presso il laboratorio sito in via Martiri del Lavoro al numero 37 rosso. Avevo un’ora prima della chiusura.
Fasciai il mio libro come un infante e me ne uscii di casa come ne andasse della mia vita.
Da casa mia al centro della città fanno venti chilometri giusti giusti. La benzina e l’autostrada tra l’andata e il ritorno costano come un buon pasto in una media trattoria. “Pensa vivere cent’anni fa –riflettevo mentre imbucavo la banconota da venti nelle fauci del self- dovevi partire ore e ore prima per coprire una distanza così e magari portarti dietro il pranzo” e ancora mi dicevo, mentre lasciavo cadere la moneta da due (chilometri quindici di autostrada) nella mano accattona del casellante: “come siamo fortunati”.
Giunto in città mi resi conto che non avevo idea di dove fosse Via Martiri del Lavoro. Chiesi indicazioni, come avrebbe fatto quel viandante antico di cui sopra, ma la gente non sapeva o non mi rispondeva pensando volessi vendere qualcosa. Il navigatore satellitare non l’avevo preso che non mi veniva in mente che ne avrei avuto bisogno praticamente a due passi da casa mia. Di cartelli non ne parliamo: erano stati aboliti per legge come le case chiuse ma senza che ne fosse stata data notizia.
Mi toccava ricorrere di nuovo alla badante.
Mi sentii male solo a pensarci. Senso di fastidio ai massimi della stagione.
Appena impugnato il cellulare della salvezza ricordai di colpo la faccenda del credito esaurito e declinando l’intero calendario dei santi mi misi alla ricerca di un tabacchino o simili.
“Non abbiamo ricariche da 10, mi dispiace, solo da 25 o da 50” disse la tipa mentre guardava nello schermone a cristalli liquidi, vicino alle patatine, l’ultima puntata di Clio Make up. Sborsai i 25 e mi avventai sul numero dell’amministratrice unica della premiata ditta. Consultando il web la consorte salvavita mi guidò, con grande mia umiliazione, fino alla zona industriale dove era situata la maledetta Via dei Martiri, peggio per loro.
Trovai il 37 e bussai al campanello dell’anonimo capannone.
Un cane all’interno cominciò ad abbaiare disperatamente. Io tenevo stretto il mio libro e pensavo che magari quel gran pezzo di merda del rilegatore (che si fottesse lui e la sua arte antica e anche tutti i libri del mondo) aveva chiuso prima del tempo e in quel momento era ad ubriacarsi in qualche bettola, gli venisse la cirrosi. Passò un vecchio in motorino e si fermò a guardarmi scuotendo il capo contenuto in un casco troppo largo con i colori della bandiera americana.
“Se ha qualcosa da dirmi me lo dica subito” dissi neanche tanto educatamente.
“Il vecchio Salvatore è morto l’altro ieri -disse l’uomo proiettile- io vengo tutti i giorni a dar da mangiare a Biblio, il suo cane”.
Non esisteva più un rilegatore in tutto il mondo. Ero fortunato ad esser nato ai giorni nostri e averlo trovato così facilmente e aver appreso la notizia.
Rimasi per un attimo come stordito e poi capii quello che il destino mi voleva dire. Mi sarei licenziato domani stesso. Avrei raccolto io il testimone di Salvatore.
Me lo sarei rilegato io il mio libro.
Aveva un gran bisogno di rilegatori il mio tempo.
Ci vedo lontano io, in queste cose.
E come no.
Eh già.

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