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“E ora come cazzo lo staniamo da lì dentro?”.
Samu Bellotti gonfiava e sgonfiava come un mantice le guance brufolose vasodilatate dalla corsa.
I tre velocisti che avrebbero dovuto rispondergli erano al momento troppo occupati a non morire per pensare di proferir verbo e si limitavano a guardarlo con le mani appoggiate alle ginocchia e l’espressione infelice di chi si sta sottoponendo ad una colonscopia. Quello che stava peggio sembrava Dodo Nardelli che massaggiandosi il fegato senza ritegno guardava Samu con l’aria di muto rimprovero che già era stata di Lassie quando giaceva ferita dalla pallottola destinata alla sua padroncina.
Correva come una scheggia quel marocchino di merda. Da quando lo avevano beccato imbucato alla festa di compleanno di Camilla che mangiava a quattro palmenti e guardava il culo delle più belle con aria golosa, non c’era stato verso di mettergli le mani addosso.
Un’anguilla, un furetto, un piè veloce del cazzo.
Avevano fatto mezza città che sembravano in un remake di Freerunner senza nemmeno riuscire ad avvicinarlo. Ed ora finalmente eccolo lì, in trappola. Chiuso dentro la saletta prelievi Bancomat della Cassa Rurale e Artigiana dell’Agro Pontino di via Milazzo 12, angolo via Pionieri della Bonifica.
Ridendo e scherzando dalla casa di Camilla erano almeno cinque chilometri.
Comunque adesso il fuggiasco era lì dentro che li guardava ansimante con la porta automatica antisfondamento chiusa e il semaforino rosso. Doveva essersi infilato mentre usciva un cliente che aveva appena prelevato.
“Passami la tua carta di credito” ordinò Samu a Gigi il dentista, soprannome che gli derivava dal fatto di essere il figlio del titolare di uno dei più grossi studi odontoiatrici di Latina. Avrebbero passato l’american express gold di Gigi nel lettore e senza dire “apriti sesamo” la porta si sarebbe spalancata e a quel punto per alì babà sarebbero stati cazzi amarissimi.
“E’ inutile, ragazzi, ha bloccato la porta!” notò con perspicacia Zumba al secolo Alessio Ciocio che doveva il suo più che soddisfacente tenore di vita nonchè il suo soprannome all’avviatissimo Latina Fitness Center di mammà.
A quanto pare il marocco era riuscito, mentre correva come un indemoniato, ad afferrare da un cassonetto la gamba di un tavolo da giardino e ora l’aveva incastrata nei maniglioni interni della porta rendendola inespugnabile ad ogni stratagemma, compresi bancomat e carte di credito di qualsiasi circuito.
“ Non potrà mica stare lì dentro in eterno!” notò argutamente il dentista.
“ Piuttosto ci passo la notte su ‘sto marciapiede!” affermò Zumba schiumante.
“Che siete in coda per il Bancomat?”.
Colui che era giunto alle loro spalle di sorpresa e poneva interrogativi di siffatta natura sarebbe stato un signore qualsiasi, senza particolari segni identificativi, se non fosse stato per la divisa da poliziotto.
“Si! Cioè no! Cioè si!”. Zumba rivelava di colpo tutte le sue insospettate doti da oratore.
“Ehm, non ho capito, siete tutti insieme o ognuno di voi aspetta separatamente per il bancomat?”.
Samu prese la parola.
“Dobbiamo usarlo tutti ma c’è un tizio dentro che non vuole saperne di uscire”.
Il poliziotto sembrò contrariato. Doveva ritirare contante o la moglie lo avrebbe scuoiato. Il giorno dopo ci sarebbe stata una presentazione della Stanhome a casa dei Capozzi e lei ci teneva tantissimo a non fare la figura della pezzente.
Da dietro il vetro della porta bloccata Fadir guardava la scena non senza qualche preoccupazione. Avrebbe fatto mille volte meglio a rimanere a studiare greco quella sera, maledetto lui, senza dare retta a quella stronza di Camilla e al suo invito. Tanto più che lo sapeva benissimo che era solo per avere aiuto nei compiti in classe che lei continuava a cercarlo e per il resto non se lo filava manco di striscio. E difatti, manco a farlo apposta, quando sarebbe servita la sua presenza per difenderlo da quei quattro pazzi furiosi e testimoniare che lui era stato regolarmente invitato, la grande amica si era volatilizzata nel nulla. Probabilmente a farsi sbattere in qualche stanza chiusa a chiave.
Adesso le cose non si erano messe per niente bene. Il cellulare l’aveva perso nella corsa e non poteva neanche avvertire mamma o suo fratello Nader. Doveva ringraziare solo tutti gli anni di atletica alla Sportiva Laziale se era riuscito a sfuggire a quei quattro idioti che non si sapeva neanche perché ce l’avessero con lui. E pensare che se fosse almeno riuscito a scambiare due chiacchiere con loro si sarebbe certamente spiegato senza problemi. L’avrebbero capito subito che lui era solo Fadir della I C. Che dell’Egitto da cui venivano mamma e papà certo non si vergognava ma manco si ricordava niente, ad essere sincero, perché non c’era neanche mai stato e l’aveva studiato a scuola come tutti loro. Quello antico con le piramidi e i faraoni e le mummie e quello di oggi con piazza Tahrir.
Per fortuna ora era arrivato lì davanti un poliziotto. Era meglio aprire alla svelta prima che quelli gli raccontassero chissà che cosa.
“E da quanto tempo sarebbe chiuso lì dentro quel tipo?” stava dicendo il poliziotto che aveva assunto improvvisamente una professionalissima aria investigatoriale.
“Un pezzo agente! Sarà almeno mezz’ora! Ci sembra anche che abbia bloccato la porta. Deve essere un marocchino. Secondo noi sta tentando di scassinare lo sportello Bancomat!”.
“Sta gente ha rotto veramente ‘r cazzo! A casa loro se rubbano je tajano ‘e mani..”
“Io dovevo prendere i soldi per fare il regalo di compleanno alla mia sorellina!” esclamò Dodo con intuizione da grande teatrante.
Fadir intanto aveva aperto la porta e si era diretto con sorriso aperto e sguardo da bravo giovine verso il crocchio dei suoi persecutori intenzionato a risolvere ogni malinteso.
“Agente, posso spiegare…”
Un pugno in piena bocca sollevò Fadir in una mezza capriola con atterraggio e relativa capocciata sul marciapiede corredata da sonoro rintocco di vaso rotto.
Rombo di jet nelle orecchie e nebbia davanti agli occhi.
Freddo di metallo ai polsi e schiaffi e spintoni e luci intermittenti e flash di fotografi.
“Extracomunitario arrestato mentre scassina il Bancomat” avrebbe titolato domani il giornale.
“In ‘sto paese nun se pò più stà -esclamavano i curiosi scuotendo il capo alla luce bluastra dei lampeggianti- proprio nun se pò.

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