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Sono passati già oltre due anni da quando il gruppo canadese coordinato dal prof. Lautrec pubblica le prime osservazioni su quella che si rivelerà la più importante scoperta del XXI secolo nel campo delle scienze biologiche. All’inizio si tratta di poco più che indizi ma in breve tempo, ad un ritmo vertiginoso, da questi primi barlumi si giungerà alla conferma e infine alla piena comprensione di un fenomeno che tutt’oggi ha dell’incredibile: la comunicazione intrafetale. Proviamo a tracciare un breve riassunto di questa straordinaria scoperta.
Come per molte grandi acquisizioni anche questa volta la prima scintilla viene accesa da un evento casuale. Nei mesi di maggio e giugno del 2010 Il ricercatore J.C. Durcan di Montreal nota con grande sorpresa che la comunicazione del suo cellulare risulta fortemente disturbata quando si trova nelle vicinanze della moglie, gravida al terzo trimestre. Inizialmente pensa ad una sorta di forte campo magnetico della compagna, come avviene per certi pranoterapeuti, ma presto si rende conto che c’è qualcosa di più. Durcan ne parla al prof. Lautrec e insieme conducono i primissimi esperimenti su un gruppo di volontarie in varie epoche della gravidanza. In breve viene dimostrata una forte presenza di onde radio nelle vicinanze dell’utero gravido. I ricercatori non sono ancora in grado di spiegare questo fenomeno quando arriva un’osservazione ancora più sconvolgente. Se due volontarie si incrociano per avvicendarsi nelle misurazioni, le onde radio fanno registrare un’impennata. Acquisendo con elettrodi da encefalogramma l’attività cerebrale dei feti e misurando contemporaneamente l’intensità delle onde radio arriva la prima inquietante certezza: i feti in qualche modo sembrano interagire tra di loro. Quando questi risultati vengono pubblicati, il mondo scientifico oscilla tra la sottovalutazione e la derisione ma un gruppo di ricercatori giapponesi raccoglie la sfida. Il prof. Okumura Yako dell’Università di Kyoto dimostra che la comunicazione esiste ed è complessa. Producendo reazioni forti nel feto (rumori, scuotimenti, paure materne) aumenta esponenzialmente l’attività cerebrale negli altri feti ma, e questo risulta ancora più stupefacente, l’interazione sembra avvenire a grande distanza. Grazie alla collaborazione tra la Cousteau Society e l’equipe del prof. Fardelli di Bologna si comprende che il codice della comunicazione assomiglia a quello dei cetacei e che la facoltà di comunicare sembra perdersi dopo la nascita. Ma il momento culminante di questo processo arriva ancora una volta in maniera casuale. Durante l’attività investigativa e di spionaggio clandestina dei servizi di sicurezza americani messa in atto dall’amministrazione Obama negli anni 2012-13 vengono spiati milioni di cellulari e comunicazioni in tutto il mondo. Il programma sofisticatissimo è in grado di decifrare i più disparati codici e le lingue più diverse. Tra le comunicazioni ce ne sono una grande quantità che l’intelligence non riesce a spiegare. I soggetti che parlano tra di loro usano un linguaggio misterioso, forse simbolico, e fanno riferimento ad eventi e situazioni difficili da comprendere.
Non si tratta di terroristi come in un primo tempo si era creduto: sono le parole e i pensieri dei feti nel grembo materno che comunicano tra di loro. Ecco, in uno straordinario documento senza precedenti, alcuni estratti dalle loro conversazioni pubblicate dall’American Department of Communications per gentile concessione della Central intelligence Agency.

A: Da me a tutti voi. Devo darvi ancora una volta una cattiva notizia: un’altra sorella ci ha lasciati.
B: Ogni giorno qualcuno arriva e qualcuno va via. C’è qualcosa di triste e inspiegabile in tutto questo.
A: Anche stavolta come le altre: le ultime parole raccontano sempre la stessa cosa. Di un soffitto che si spalanca e della casa che crolla su sé stessa mentre una grande forza sembra portarti via, verso la luce.
C: Si, si, ho sentito anch’io. Ho paura fratelli, paura che succederà a tutti noi.
A: Io non sono pronto. Non ho ancora fatto niente di quello che avrei voluto. Ho da imparare ancora troppe cose, devo capire cosa sono questi suoni che provengono dall’aldilà e il ritmo di questo grande tamburo sopra di noi che assomiglia a quello, più piccolo, che è dentro di noi.
D: Ah! Ah! Ah!
B: Che cosa hai da ridere, fratello? Ti fanno ridere questi discorsi?
D: No, ma mi è arrivata quella roba dolce che mette allegria. Ah, ah, è fenomenale ‘sta cosa, ti fa passare tutti i cattivi pensieri.
B: Lasciatelo perdere sorelle e fratelli…e tu continua il tuo racconto, ti prego.
A: Non c’è nessun senso in questo non esserci, poi esserci e poi non esserci di nuovo. Forse ci sarà anche qualcos’altro per noi, in quella luce che ci aspetta, o forse no, ma questo non spiega niente.
B: E’ così. Non spiega il perché di tutto questo e perché siamo qui adesso. Perché ci trasformiamo e non possiamo sceglierlo. Perché siamo sempre insieme e sempre soli. E perché ci prenda questa gran malinconia per ognuno che va via. L’amore che sentiamo e la paura, il mondo intorno che si muove e poi sta fermo per ore, tutte queste cose che ci fanno gioire e ci fanno tremare, anche avessero tutte una spiegazione, non hanno un senso e non potranno averlo mai.
D: Che palle fratelli!! Hi! Hi! Dovreste provare ‘sta roba! Cambia sempre sapore!
A: Secondo me tu farai una brutta fine.

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