Tag

, , , , , , , ,

L’orologio che Elena aveva regalato a Paride in occasione di un natale ancora felice si era fermato senza una sola ragione al mondo e aveva smesso di funzionare probabilmente per sempre. Paride aveva effettuato tutte le manovre di rianimazione previste, lo aveva scosso vicino all’orecchio, aveva girato invano la rotellina e poi lo aveva riposto con un’espressione mesta. Solo qualche giorno dopo aveva capito che il tempo che l’orologio aveva smesso di misurare era il suo tempo con Elena. In pochi giorni inverosimili e veloci ciò che era sempre stato vero non lo fu più e iniziò un tempo nuovo. Un tempo folle in cui d’un tratto le parole non erano più una medicina, le orecchie erano otturate e dalle bocche usciva il vuoto. Ciò che aveva riempito la sua vita fino a quel giorno di colpo fu nulla e cadde a terra, privo di senso. Ogni cosa, lavoro, passatempi venne abbandonata e per mesi Paride senza Elena restò immobile, come paralizzato. Poi ritrovò in uno scantinato, da qualche parte dentro di sé, un antico progetto di viaggio a piedi. Raccolse cose, altre ne comprò, scelse una data, consultò il meteo e una mattina di Novembre usci di casa con uno zaino che gli torreggiava sulle spalle, una cartina in mano e tutti i soldi che gli restavano nascosti in una tasca segreta dei pantaloni.

Elena senza Paride riusciva ad arrivare al giorno dopo del giorno dopo dribblando da fuoriclasse ogni possibile pensiero. Se al risveglio riusciva a stare un’ora intera evitando di cadere in tentazione poi rotolava per inerzia fino a sera senza troppo soffrire. Andò avanti così per un tempo che non poteva quantificare dal momento che non pensare al tempo era esattamente uno dei suoi obiettivi. Poi un giorno ritrovò in uno sgabuzzino dentro di sé il suo sogno di imparare le lingue. Chiese un anno di aspettativa dal lavoro, fece milioni di telefonate, si sottopose a ore e ore di bianche lampade abbronzanti allo schermo notturno del computer e la sera prima di partire compì il gesto rituale che segna l’inizio di ogni periodo nuovo della vita di una donna: cambiò taglio di capelli. “Ora non posso più tornare indietro” si disse guardandosi riflessa nel finestrino dell’aereo.

Paride camminò così tanto che quando stava fermo gli veniva il mal di mare. Di notte muoveva i piedi come i cani quando sognano. Ogni giorno il suo corpo cambiava e bisognava sempre accorciare le spalle dello zaino e ogni tanto comprare cinture per non inciampare nei pantaloni. Al posto del vuoto disperato lasciato da Elena ora c’era un livido che faceva male, ma solo a toccarlo.
Un giorno guardando di sfuggita in una vetrina vide una chitarra obliqua in bilico in mezzo a oggetti che non c’entravano nulla. La prese per poco, cambiò le corde e la sistemò sul suo zaino che era diventato molto più piccolo di quanto non fosse alla partenza. Ora alla sera, dovunque si fermasse, suonava un po’ e sorrideva vedendo le sue dita fare cose che non ricordava di ricordare. Più muoveva i piedi e le dita e più i suoi pensieri si facevano lievi. Piano ricominciò a vedere la bellezza del mondo.

Elena fu molte persone. Fu una madame, una madam, una frau, una señora. Calzò i panni di molte donne e fu ognuna di loro fino in fondo. Parlò con accenti impeccabili, vestì in maniera tipica, gustò i cibi più strani con la disinvoltura di chi li mangia dall’infanzia. Fu indistinguibile. Si liberò cento volte della pelle precedente e ne calzò una nuova lasciandosi con gioia l’ennesima sé stessa alle spalle. Andò a teatro, provò costumi da bagno e scarpe, una notte sognò una storia lunghissima in una lingua che stava imparando da un mese. Abituata a non essere Elena da molto tempo l’idea di poterlo essere di nuovo cominciò a sembrarle possibile, a farle meno paura. Riprese a pensare, a ricordare, dapprima in altre lingue e poi anche nella sua. Piano si accorse che pensare non le faceva più male.

Paride incontrò la ragazza per caso, durante un viaggio in treno. Era profonda e misteriosa come chi ha vissuto molte vite. Si guardarono per un’ora intera senza avere il coraggio di parlarsi finché lei non gli chiese di suonare qualcosa. Lui le regalò il meglio del suo repertorio con i passeggeri che sorridevano o fingevano indifferenza o sbuffavano alzando il volume dell’ipod.

Elena stava tornando a casa quando notò quell’uomo con il viso di ragazzo e fu molto colpita dal suo sorriso spensierato. Si chiese da dove venisse, che mestiere facesse, provò a indovinare la sua meta e la sua provenienza, cercò di immaginare i suoi baci guardandogli a lungo le labbra. Quando decise che ne valeva la pena, gli parlò per prima.

Paride lasciò libero l’ultimo accordo e la ragazza applaudì muovendo le mani come una ballerina di flamenco. Lui osservò lo spettacolo delle sue braccia bianche appoggiato alla chitarra e applaudì a quell’applauso. Rimise lo strumento nel fodero e approfittò dell’operazione per parlarle senza guardarla negli occhi.
“Mi sembra di averti già conosciuta” sentì che diceva la sua voce. “I miei complimenti per il brillante esordio” pensò mordendosi le labbra.
“Anche a me sembra così” disse lei quasi istantaneamente e intanto pensava: “ I think it so, il me semble aussi, scheint mir auch so, a mi tambien me parece esto”.
“Mio dio è perfetta” pensò Paride.
I like him” pensò la ragazza.
Paride disse “tu ti chiami…”
“Elena” disse lei.
“Io ti conoscevo, un tempo”.
“Il viaggio è ancora lungo -disse Elena- hai tutto il tempo di farmi innamorare ancora”.

Annunci