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Ha i capelli grigi e radi. Il vestito sgualcito. Si tormenta le mani giunte strette tra le ginocchia e dondola il capo senza sosta avanti e indietro come per cullarsi. Gli occhi rossi sono prosciugati dal pianto e fissano il pavimento senza vederlo. Ogni tanto si scaccia di dosso un pensiero più penoso degli altri scuotendosi come un cane si asciuga dall’acqua.
L’uomo seduto di fronte a lui gli parla sottovoce.
“Andrea, te la senti di raccontarmi che cosa ti è successo?”
“Oggi pomeriggio è venuta mia moglie.”
“Era già capitato che ti venisse a trovare di sorpresa. Cosa è stato che stavolta ti ha ridotto così?”
“Ogni volta che la rivedo sto male. Prima passo i giorni temendo di doverla incontrare. Poi, se non viene per troppo tempo, comincio ad aver paura che si sia stancata e che non voglia più vedermi. Ho bisogno di lei e nello stesso tempo averla di fronte mi uccide. Stavolta parlarle è stato terribile. Terribile.”
“Spiegami meglio, ti prego”
“Era così bella. Bella di una bellezza che mi feriva gli occhi. Teneva i capelli raccolti, sai, con il collo scoperto. Hai visto le sue foto, te l’ho fatte vedere tante volte, lo sai quanto è bella. Non ha voluto sedersi, è rimasta in piedi vicino alla porta e poi mi ha chiesto se volevo vedere la bambina. Io mi sono sentito mancare, credimi. Non me l’aveva mai voluta far vedere in tutti questi anni. Ho detto sì, sì e ho cominciato a piangere e non riuscivo a trattenermi e lei non ha detto una parola per consolarmi. Non ha fatto un gesto. Mi guardava con una sorta di pietà.”
“Vuoi dire che ti ha fatto vedere tua figlia?”
“Sì, sì. Mio dio sì”.
I singhiozzi lo scuotono come pugni a cui non reagisce, come un sacco da allenamento colpito dal pugile.
“Sin dall’inizio era dietro la porta e quando ha fatto un cenno lei è entrata.”
“Com’era?”
“Era cambiata. Non sembrava neanche più lei. Aveva i capelli sporchi e una cicatrice sulla fronte che non ricordavo. Ha dato la mano alla madre e mi ha guardato come si guarda un estraneo. Sembrava quasi non si ricordasse più di me.”
Si piega con un ringhio sordo come trafitto di colpo da un’arma da taglio. Fa no con la testa come chi non può continuare a parlare. Ci vogliono minuti per riuscire a riprendere.
“Fatti coraggio. Non fare così.”
“Io ho chiesto scusa. Scusa a entrambe. Potremmo ricominciare tutto da capo, ho detto. Non potremmo provare? Non saresti contenta di tornare con Papà? Io sono cambiato, lo vedete. Così ho detto.”
“E loro?”
“Mia moglie ha scosso il capo. La bambina ha riso. Aveva lo stesso riso che ricordavo. Quello di quando era piccola e le facevo il solletico. Ero così sicuro di me allora. Non era nemmeno concepibile che il loro amore avrebbe mai potuto andarsene via. Quando ho sentito il suo riso ho capito che non sarà mai più possibile riaverle. E allora ho ripensato a tutto quello che ho fatto e a quel giorno quando ci siamo separati e loro sono andate via. Mi sono alzato e ho cercato di abbracciarle ma quando mi hanno visto avvicinarmi si sono spaventate e sono uscite di corsa senza neanche salutarmi.”
Nel silenzio della stanza resta solo il pianto dell’uomo che cresce e si smorza come l’onda di un mare che non si può fermare.
“Io le riconquisterò, capisci? Lo capisci? E stavolta sarà tutto diverso.”
“Vuoi stare qua stanotte? Non posso pensare che tu vada via così.”
Andrea è piegato in due che quasi si tocca le ginocchia con la bocca aperta in un urlo che non fa rumore. Fa cenno di sì con la testa.
“Aspettami.”
Nel corridoio c’è un ragazzo in attesa.
“Andrea resterà qui per un po’…”
Il ragazzo sembra turbato. “Ma cosa gli è successo?” domanda.
Quindici anni fa ha avuto un incidente gravissimo. Ha perso la moglie e la figlia. Lui è l’unico sopravvissuto. Era ubriaco e correva molto o almeno così dicono i verbali.
“Che terapia mettiamo dottore?”
“La solita. Andrea è una vecchia conoscenza. Se recuperi la vecchia cartella lì c’è scritto tutto.”

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