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A nonno Michele

L’anziano che modella sul tagliere il monticello di patate schiacciate ha una faccia del sud panata nella barba bianca. Il bambino lo guarda dall’altra parte del tavolo con il mento in bilico sui pugni impilati. 
Ha delle belle storie da raccontare il nonno. Storie della guerra e di quando era prigioniero degli inglesi in Australia. Il bambino non si muoverebbe da quel tavolo per nulla al mondo visto che il nonno è la cosa più avventurosa che abbia sottomano dopo i libri di Salgari. Certo, si potrebbero rendere davvero fantastiche quelle avventure a raccontarle per bene, con il deserto e le divise kaki e l’Afrikakorps e se il nonno alla fine del racconto dovesse risultare almeno un po’eroico sarebbe quasi come essere il nipote di Sandokan. Ma il nonno è un uomo silenzioso e i racconti si deve cavarglieli di bocca. Non è che non risponda, per carità, ma non dà soddisfazione e allora bisogna fargli un mezzo interrogatorio.
Intanto la farina si va mischiando alle patate e le uova rosse sono come un lago di lava arancione nel cratere del vulcano giallastro. Alle domande speranzose continuano a seguire risposte sempre troppo brevi mentre nelle mani screpolate del narratore riluttante si forma veloce una palla di pasta compatta.
Fa un po’ rabbia il nonno, sembra quasi che di quei momenti gloriosi non ne voglia parlare. Ci sarebbe da domandarsi come possa trovare interessante giocare a fare quei serpentelli di pasta e poi tagliarli a dadini, uno che è stato in un nido di mitragliatrice con i proiettili inglesi che miagolavano da tutte le parti. Addirittura ad un certo punto quasi si dimentica del racconto, vorrebbe essere aiutato a trasformare i dadini in riccioli passandoli sulla forchetta e invece di rispondere a tono, di aggiungere qualche bel particolare di battaglia, parla solo del modo corretto per sagomare degli gnocchi perfetti. Ma il bambino non si arrende, deve a tutti i costi trovare un particolare da raccontare, impossibile che non sia successo nulla di memorabile in tanti anni che il nonno ha passato sui campi di battaglia. Ed ecco che gli arriva la domanda perfetta. Diretta, ineludibile.
Tu, nonno, hai mai ammazzato qualcuno? Quand’eri in battaglia intendo. Nonno mi ascolti. Quando combattevi con gli inglesi e stavi alla mitragliatrice l’hai mai ammazzato qualcuno?
Il nonno non risponde. La fronte alta si aggrotta, il collo si piega come per vedere meglio gli gnocchi. Nonno mi hai sentito, perché non rispondi. Il nonno non mostra il viso, si vedono solo i capelli bianchi pettinati indietro e un po’ di chierica, ma appena un po’. Aggiusta gli occhiali per mettere a fuoco quello che sta facendo e quando si gira per prendere il sacchetto della farina mostra un viso che non sembra neanche il suo. C’è una smorfia ignota su quel viso. Un misto di imbarazzo e dolore. Il bambino ha paura di quello che ha detto. I bambini hanno paura degli adulti che hanno paura e si vergognano degli adulti che si vergognano. Di colpo non gli importa più nulla della risposta e della guerra e vorrebbe essere altrove, nella sua stanza a giocare. Ma il nonno invece comincia a parlare. Piano, mangiandosi le parole.
I soldati ubbidiscono. E poi si sparava nel mucchio e chi lo sa cosa succedeva dopo che avevi sparato.
E il bambino vorrebbe dire non ti preoccupare nonno, non me ne frega niente, non ne parliamo più, ti aiuto a far gli gnocchi. Ma invece sembra che al nonno non gli importi più molto di far gli gnocchi e li finisce sbrigativamente e poi mette la giacca ed esce a bere un bicchiere giù al bar.
Il bambino resta così, con una specie di infelicità dentro e di rabbia.
Perché ha visto d’un tratto nel nonno qualcosa di serio e terribile.
E ce l’ha un po’ su con lui per questo ma nello stesso tempo gli dispiace d’avergli dato quel dispiacere misterioso. E si accorge di odiarlo quel pomeriggio schifoso che non gli farà più leggere le sue storie di battaglie nello stesso modo.
Tutto sporcano i grandi, rovinano tutto, tutto quello che toccano, tutto. Persino un bel racconto di avventura e di guerra.

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