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Flavio Cucchiarini, sei milioni di copie vendute, un milione solo con l’ultimo romanzo “Venere in metropolitana”, l’idolo di tutte le donne d’Italia, il nemico di tutti gli uomini con i suoi inarrivabili modelli di maschio sensual-sentimentale, entrò in casa tirando una solenne bestemmia. Quel giorno non era riuscito a scrivere una sola riga, di scopare non c’era stato verso visto che Debora era dovuta restare a casa accanto al marito malato e l’ammiratrice con cui aveva combinato un appuntamento di ripiego si era rivelata un cesso che lo aveva ammorbato per oltre un’ora con un polpettone di racconto da lei stessa scritto in suo onore.
Era un istituzione nazionale Cucchiarini. Era partito come ghost writer di fotoromanzi e poco alla volta aveva scalato la montagna della notorietà fino a piantare la sua personale bandierina sulla vetta più alta. La sua specialità era il filone amoroso sentimentale. Aveva creato personaggi mitici, che erano rimasti tatuati nell’immaginario femminile di almeno due generazioni. Sapeva descrivere l’amore, i suoi percorsi, i suoi dubbi, i suoi trionfi e le sue cadute. Le storie che aveva messo in scena, senza bisogno di ambientazioni spettacolari, avevano sempre colpito nel segno. Pareva che semplicemente avesse trovato il passaggio a nord ovest che portava al cuore delle donne e che a lui solo, esploratore vittorioso, questo cuore fosse stato svelato in premio. Certo, la critica radical-chic lo snobbava, le femministe lo aborrivano, gli intellettuali lo sbeffeggiavano ma le sue vendite dimostravano chiaramente che più di uno dei suoi detrattori lo comprava e lo leggeva, magari di nascosto.
Entrando in casa il famoso scrittore non aveva sentito profumo di cibo e questo lo aveva fatto imbestialire ancora più di quanto già non fosse. Forse la donna di servizio si era licenziata o era stata investita mentre faceva la spesa o più probabilmente era andata a farsi sbattere in qualche motel sulla tangenziale. In ogni caso a quel punto sarebbe di regola toccato a quella scansafatiche di sua moglie darsi da fare per preparare un minimo di cena. Perlustrò la cucina e la trovò deserta come un museo italiano. Entrò in salotto e lo trovò gelido e vuoto come la biblioteca adiacente al museo di cui sopra. Nella casa regnava un silenzio da obitorio. Solo in camera da letto finalmente trovò Tullia. Stava sdraiata sul letto e aveva gli occhi rossi.
“Si può sapere che cazzo stai facendo?”
“Ah, sei tornato. Scusami non mi sono sentita molto bene e mi sono messa un po’ qua.”
“Dov’è Myriam? Perché non c’è niente di pronto? Che succede in questa casa?”
Tullia guardò il marito con espressione addolorata.
“Ho mandato Myriam a casa per stare un po’ sola. Ti faccio qualcosa, pensavo mangiassi fuori.”
“Uno passa la giornata a farsi il culo e quando torna cosa ti trova? L’indefessa lavoratrice addormentata.”
“Ti ho detto che non mi sentivo tanto bene…”
“Cos’era? Il troppo lavoro? Oppure hai iniziato a leggere un libro e alla terza riga sei crollata sfinita?”
“Perché mi tratti in questo modo?”
“Ti tratto come tu stessa ti tratti. Ma guardati, come sei ridotta.”
Tullia lo guardò con un’espressione assente e si avviò verso la cucina. Era stata una bella donna e continuava a esserlo nonostante la scarsa cura di sé. Flavio non sembrava intenzionato ad accettare quella ritirata e non mollò la presa.
“Cos’è? Fai la danneggiata? Sei una vittima? Ti senti creditrice di qualche torto ricevuto? Più gli anni passano più si manifesta quello che dovevi diventare! Eh si che avrei dovuto ben vederlo sin dall’inizio! Camuffato da qualcos’altro, certo, ma fin troppo visibile, a ripensarci oggi.”
La donna sembrava non ascoltare. Tenendo il capo chino si aggiustò la vestaglia. Prese una padella, la mise sul fuoco, accese la fiamma, si voltò verso il frigo e lo aprì.
“Mentre io sono fuori tutto il giorno tu come conti di dare un senso al tuo stare al mondo, eh? Me lo dici?”
Tullia si fermò con la porta del frigo aperta. La voce le uscì rotta e sommessa.
“Me lo davi tu un senso, un tempo, e allora lo trovavo anch’io per me. Devo spiegarti questo? Come si sente una persona senza affetto, senza rispetto? A te grande conoscitore delle cose d’amore? Proprio a te? Che sono senz’acqua, senza luce, senza pane, senza calore? Che mi hai lasciata qua fuori al freddo a consumarmi e ad avvizzire? A me che sono stata la prima protagonista del tuo primo racconto. Io, il tuo sussidiario, la tua palestra. Il cuore di donna in cui sei entrato per la prima volta come si entra a scuola, per impararne i segreti. La mano che hai stretto per perderti e ritrovarti. Le briciole che hai seguito per ripercorrere la strada di casa. Le orecchie che ti hanno sentito balbettare e sillabare le prime parole d’amore. Il corpo che ti accolto e ti ha dato riparo e conforto quando fuori pioveva e nessuno credeva in te. Non ce l’ho più un senso. Me l’hai tolto tu. Piccolo ometto presuntuoso”.
Flavio si sedette e guardò Tullia che tremava illuminata dalla lampadina del frigo aperto. Fece per dire qualcosa. Si interruppe. Socchiuse di nuovo la bocca. La richiuse. Poi si alzò e uscì di casa sbattendo la porta.

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