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A Italo
trovato cent’anni fa a casa tua

L’auto scavava con i fari nel buio gettandosi dietro le spalle una notte da lupi. L’aria illuminata era tempestata di piccoli lampi bianchi che si facevano sempre più fitti e il metronomo dei tergicristalli scandiva il tempo con il suo ritmo cigolante di andate e ritorni. In breve la strada fu completamente coperta. Stava diventando quasi impossibile mantenere la direzione. Le luci lampeggianti di un posto di blocco gli si pararono di fronte.
“Mi spiace signore la strada è chiusa. Non si può proseguire”
“Ma io devo assolutamente tornare a casa”
“Sono spiacente, credo che stanotte dovrà fermarsi qui. Le previsioni dicono neve fitta fino a domani senza schiarite. Vede quella luce lì in fondo? E’ un piccolo albergo. Se fossi in lei ci farei un pensiero”.
Il piazzale antistante la locanda era già completamente bianco e quasi vuoto. In prossimità dell’entrata stavano parcheggiate quattro o cinque vecchie auto dall’aria abbandonata. Una bella luce giallastra filtrava attraverso la porta a vetri e illuminava la neve di fronte all’entrata.
Di avvertire a casa del contrattempo non se ne parlava neanche che di campo non ce n’era manco una tacca.
Nella sala si stava servendo la cena. C’era un’aria di tranquilla serenità. Molti tavoli erano occupati e ad ogni tavolo stavano due persone che chiacchieravano sottovoce. Aleggiava un profumo caldo di minestra e cotolette alla milanese. Dietro il bancone un signore con gli occhiali impilava artisticamente le tazzine sulla macchina del caffè.
“Buonasera, avete una stanza libera per la notte? Temo di non poter proseguire con questo tempo”
“Naturalmente. Il tempo. Certo, effettivamente. Ma noi qui siamo abituati. Nevica sempre qui da noi sa? Una stanza mi diceva. Sì certo che ce l’abbiamo la stanza. Come no? Ce l’abbiamo eccome.”
Un po’ strano il tipo, ma simpatico.
“Desidera anche mangiare qualcosa mentre le preparo la stanza? Non ha bagagli immagino”
“No infatti. Grazie, mangerò volentieri. C’è un profumino!”
“E sentirà domani che roba il nostro famoso bollito!”
“Eh, magari! Domani a pranzo conto di essere partito da un pezzo“.
Il signore sorrise. “Certo, certo, ma bisognerà vedere cosa fa il tempo. Intanto si accomodi lì vicino alla finestra. Quello è proprio il suo tavolo.”
La sala vista da quell’angolazione era proprio accogliente. Niente televisione appesa a monopolizzare gli sguardi. Niente musica imposta a creare atmosfere non richieste. Solo la modesta sala ristorante di un piccolo albergo qualunque, senza pretese. Le persone più diverse sedevano a due a due ai tavoli. C’era un tipo con un completo giacca e pantaloni color aragosta e tanto di borsello e basette che parlava con un ragazzo vestito da rapper. Nel tavolo più vicino al bancone giocavano a dadi due personaggi vestiti da equitazione dalla testa ai piedi che sembravano aver appena lasciato i destrieri nella stalla. Una donna avanti negli anni accarezzava la mano ad un ragazzo vestito da militare.
Non aveva ancora finito di sbocconcellare il primo grissino che gli si avvicinò un ospite seduto al tavolo a fianco.
“Buonasera. Tempo da lupi non è vero?”
“Sono anni che non vedevo una nevicata così. Spero che domani riescano a pulire le strade.”
“Non ci conti troppo. Qui quando comincia a nevicare non la smette più”. Poi lo guardò quasi con dolcezza. “E’ da solo?” domandò.
“Si certo. Viaggio per lavoro”.
Il signore gentile lo guardò sorridendo. “Si troverà bene qui – aggiunse – ora mi perdoni, devo tornare dalla mia signora. Ho giurato di non lasciarla mai più da sola”
Il cibo era molto buono anche se un po’ scontato ma più lo mangiava e più si convinceva che stava proprio in questo la sua bontà. Era come se ogni piatto fosse il riassunto di buoni sapori già noti e già gustati altre volte. Cominciò a pensare che quell’imprevisto non fosse stato alla fine poi così negativo. Buttò un’occhiata fuori dalla finestra. Sembrava di essere sul set del dottor Zivago. Si alzò tutto soddisfatto di trovarsi in quella tana calda e si diresse verso la toilette intenzionato ad andarsene a dormire al più presto e rimandare ogni pensiero a domani.
Fu a quel punto che il suo sguardo lo incontrò.
Stava seduto da solo, unico in tutta la stanza e guardava nel vuoto con aria malinconica. Era vestito dei suoi tredici anni e aveva tutti i capelli. Quei bei capelli rossi e spessi che sembravano degli spaghi arruffati.
L’uomo restò impietrito a fissarlo incredulo e poi si avvicinò al tavolo con passo esitante. Il ragazzo rivolse il viso verso di lui.
Fu una fucilata al petto. Lo sguardo gli divenne liquido. Le gambe si rifiutarono di sostenerlo e si dovette sedere sulla sedia di fronte.
“Ciao pà”
“Ciao Enrico”. La voce gli uscì un po’ rotta.
Restarono a guardarsi in silenzio senza distogliere lo sguardo l’uno dall’altro.
“Cosa fai qui, Enrico?”
“Ora che sei qui capisco che aspettavo te. Hai visto che neve?”
L’uomo fece sì con la testa tenendosi la mano premuta sulla bocca.
“Enrico…”
“Ho un po’fame” disse il ragazzo come riscuotendosi da un pensiero.
“Hai fame? Davvero? Vieni al nostro tavolo. Vieni Enrico. Servono tantissime cose buone qui. Ti piaceranno”.
Tutti gli ospiti dell’albergo rivolsero il loro sguardo ai due che si sedevano. Il vicino con la moglie annuì con il capo in segno di approvazione.
“Che bello guardarti mangiare Enrico. Ci fosse Franca a vederti. E che bello sentirti parlare e parlare e ridere e dire sciocchezze. Si sta bene qui, non è vero? Si sta bene io e te. Ho così tante cose da raccontarti. Sai che domani fanno il bollito? L’hai mai assaggiato il famoso bollito di questo posto? Dicono che sia una cosa splendida. Una cosa da non crederci.”
Nevicava ancora la mattina seguente, da non poter mettere il becco fuori e così la mattina dopo e quella dopo ancora. Era proprio vero che in quel posto quando cominciava non la smetteva più. Ma d’altronde che importava. Si stava così bene seduti a quel tavolo a parlare, a guardarsi , a sfamarsi l’uno dell’altro, a bastarsi e a rifarsi del tempo perduto. Si stava così bene che si sarebbe potuto restarci per sempre.

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