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Faccio cinque passi, dalla sedia alla stufa, mi inchino e accendo il fuoco.
Quando sto così, eseguire piccole mansioni pratiche mi aiuta a divincolarmi dall’abbraccio e a respingere la mano che mi afferra la faccia e me la gira nella tua direzione.
Il segreto è concentrarsi sulla sequenza dei gesti. Disporre esili legni a piramide sulla piccola fiamma di carta. Aggiungere un bastoncino alla volta, attendere fino a quando non è contagiato e ricominciare tenendo lo sguardo sfocato e sperso sull’insignificante tragedia dell’incendio in miniatura che cresce.
Torno di nuovo alla sedia.
Non si sentono i tuoi passi che risalgono il lastricato verso la porta. Non scatta la serratura a rivelarti qui, nonostante sia cauta la mano che gira la chiave.
Mi dico che è ovvio. Che devi ancora voltare l’angolo. Ti faccio tornare indietro e poi lascio che riparta il tuo cammino. Me lo immagino, con l’andatura che mi è familiare resa appena frettolosa dal rincasare. Ti seguo passo dopo passo fino a quando dovrei finalmente sentirti. Mi figuro il metronomo dei tuoi tacchi bassi avvicinarsi in crescendo e per un attimo credo di percepirlo davvero. Il silenzio che si ostina a ristagnare nell’aria mi costringe a riportarti più indietro e ricominciare. Una, due, cento volte. Questa e poi basta. Ancora una e poi basta. L’ultima e smetto, stavolta lo giuro.
Mi alzo in piedi di scatto e mi avvicino ai fornelli.
Avevo detto a me stesso che non mi sarei messo alla finestra per nessuna ragione e manterrò la promessa, finché ci riesco.
Con la mano destra prendo la caffettiera ancora tiepida, con la sinistra ne svito il fondo con un piccolo sforzo. Colpisco il bordo del lavandino con il serbatoio per far cadere il fondo rappreso e questo rumore da poco mi allarma. Lo ripeto con maggior cautela che non vorrei mi impedisse di udirti. Verso l’acqua nella caldaia, aspiro il profumo della miscela quando apro il barattolo, cucchiaino dopo cucchiaino riempio di nuovo il piccolo imbuto.
Se non faccio cadere neanche un briciolo tu ritorni entro dieci minuti, se me ne cade anche solo un poco entro mezz’ora. Ticchettio piezoelettrico e fiamma azzurrastra.
Quando ero ragazzo mi piaceva il nome fiammetta, Fogazzaro e Boccaccio.
Se riesco a recitare Paolo e Francesca prima che esca il caffè, tu arrivi entro lo scoccare dell’ora, se non ci riesco entro la mezza che segue. Sì che di pietade io venni men così com’io morisse. Parte il borbottio, neanche il tempo di cadere come corpo morto.
Appoggio la tazza di caffè sulla stufa.
Ravvivo la brace che ipnotizza e strega. Depongo un ciocco sdraiato e attendo che arda sulla pira come il corpo di Ettore, domator di cavalli. Il calore lo lascio scivolare dentro, rinnovo il sorso e poi di nuovo e di nuovo fino alla polvere nera del fondo. La vita è attesa, io ti attendo, tu sei vita. Attendista sillogismo. Si aspettano i bambini, si aspetta l’autobus, aspetta e spera, l’inaspettato aspetta l’aspettativa di vita. Me l’aspettavo.
Ora ho sentito i tuoi passi davvero.
I tacchi, la chiave, un sommesso colpo di tosse che viene dalla tua bocca di cui ho sempre fame. Spengo la luce. La macchinetta del caffè nell’acquaio. Cammino veloce in punta di piedi fino al letto. Chiudo gli occhi e respiro come respira un uomo che dorme.
Entri con il tuo profumo e la tua sagoma che rivedo attraverso le ciglia.
Ti spogli nel buio e scivoli sotto le lenzuola.
Come un’ombra che porta la pace.

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