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Stavolta l’ho visto con chiarezza, non mi sono sbagliato. Anche se si è subito nascosto dietro l’angolo non è stato abbastanza veloce e ho potuto scorgerlo con la coda dell’occhio. Nitido e chiaro come vedo questo marciapiede e questa strada puzzolente. 
Devo allontanarmi da qui più velocemente possibile prima che capisca che io so.
Con un rimbombo nel petto salto sull’autobus che sta partendo. Dentro si sta accalcati come acciughe in un barattolo. A furia di spintoni scivolo tra gli aliti e gli odori di un umanità indifferente fino a guadagnare la porta di mezzo dove prenoto la fermata. E’ un attimo prima di saltar giù che vedo la sua testa farsi largo tra le teste.
Non devo mettermi a correre. E’ una cosa importantissima, questa. Se corro mi agito, mi sfianco e va a finire male.
Mi muovo tra la gente con passo spedito senza voltarmi, tanto lo so che è sceso anche lui. Curvo stretto al primo angolo a destra e poi più veloce che posso faccio il giro del palazzo. Ora dovrei essermi portato alle sue spalle. Eccolo lì difatti che alza lo sguardo di fronte a sé alla mia ricerca. Mi incammino nella direzione opposta e mi sa che anche stavolta l’ho fottuto.
Mi ricompare di fronte agli occhi un quarto d’ora più tardi riflesso nella vetrina che sto guardando per distrarmi un po’ e farmi passare l’agitazione. E’ dall’altra parte della strada che aspetta il verde per poter attraversare. Mi sta guardando, ne sono certo. Non me lo riesco a staccare di dosso, maledetto lui. Prendo a camminare tenendomi costantemente dietro ad un camion che procede a passo d’uomo per il traffico e, rimanendo sempre coperto alla vista di chi sta sul marciapiede di fronte, mi imbuco nel sottopassaggio. Mentre lui attraversa io mi porto esattamente dove stava prima e lo lascio con un palmo di naso.
A metà del sottopasso me lo trovo di fronte che viene nella mia direzione. Siamo solo noi e nessun altro. Stiamo di fronte e ci guardiamo a distanza. Giro su me stesso e torno sui miei passi. Ora sa che io so.
Risalgo le scale del sottopasso a due a due e mi trovo di fronte ad un parcheggio taxi. Salgo su una macchina miracolosamente libera e do all’autista il primo indirizzo che mi viene in mente. E’ quello dove abitava mia nonna quando ero ragazzino. Attraverso la città e piano riprendo fiato. Non venivo da queste parti da una vita eppure mi sembra quasi di riconoscere l’odore di questi posti. Quando scendo mi rendo conto di non sapere che diavolo fare ma so anche che non me ne importa nulla. Quel che conta è essermi liberato di lui.
Entro in un bar che ai miei tempi non c’era. Ordino un Negroni che ho bisogno di ripigliarmi.
Sono lì che mi ciuccio la scorzetta d’arancia quando lo vedo spingere la porta d’entrata. Ancora un po’ e svengo. Sono in un punto discosto del locale per cui abbasso la testa e scompaio nella toilette che è lì vicino. Tra le due porte scelgo quella riservata alle donne, giusto per cautela. Mi siedo sul coperchio del water con la testa appoggiata alla finestrella di vetro smerigliato e cerco di respirare più piano che posso. Non passa un minuto che qualcuno entra nell’antibagno. Io so che è lui. Lo sento aprire il bagno degli uomini. Silenzio. Fa che se ne vada, fa che se ne vada, fa che se ne vada. La maniglia di fronte ai miei occhi si abbassa e resta abbassata. Attende una voce il bastardo. Prendo lo smartphone dalla tasca, scelgo con la mano che mi trema la clip giusta e la faccio partire. La voce di Michela prudentemente registrata in previsione di eventi come questo pronuncia la parola “Occupato!”. E’ pure un po’allarmata, per combinazione. Meglio di così non poteva venire.
La maniglia si alza e i suoi passi si allontanano. La porta dell’antibagno si chiude rumorosamente. Aspetto un quarto d’ora buono che lui esca dal locale e apro con cautela.
Lui è in piedi davanti a me.
Ho la prontezza di fare un passo indietro e di richiudere di colpo la porta.
Nella finestrella ci passo. Eccome se ci passo.
Percorro il vicolo di corsa. Lui deve uscire dal bar e fare il giro del palazzo per cui ho buone probabilità di precederlo.
Sbuco sulla strada a cento all’ora e gli finisco tra le braccia.
La morsa che mi stringe è di quelle da cui non ci si può liberare. Le gambe quasi mi cedono. Tenedomi per un braccio mi solleva e mi porta via.
Io tengo la testa china e sento dentro di me il suono che fa la speranza quando muore.
Non ho nemmeno bisogno di voltarmi e guardarlo in viso.
So perfettamente che faccia ha.
Conosco benissimo quella faccia.
Perché quella faccia è la mia.

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