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Avrà venti, forse venticinque anni. La pelle arrossata dal vento freddo e teso di questa giornata di Febbraio con la neve sui monti come da qualche anno si vede sempre più spesso anche qui. Ha una maglietta estiva a maniche corte con la scritta di un’università americana, i bermuda al ginocchio e i piedi nudi. Cammina per i viali della villa guardando per terra come alla ricerca di qualcosa. Ha gli occhi rossi, i lineamenti regolari, il passo deciso e disperato.
Rossella da due anni viene sempre qui su questa panchina a mangiare qualcosa anche se fa freddo. Basta che non piova e nell’intervallo di pranzo la trovi sempre qui. Non ti puoi sbagliare. Cucina al mattino presto e mette il cibo ancora caldo in piccoli contenitori di plastica da cui mangia in silenzio guardando i giardini e la gente che passa.
Eppure in tanti anni Rossella non l’ha mai visto questo ragazzo. Deve avere dei problemi psichici a stare così nudo con questo freddo. Si buscherà una polmonite come minimo, pensa Rossella.
Il ragazzo intanto prosegue la sua perlustrazione dei viali e ogni tanto raspa con il piede nudo per essere più accurato.
Ecco che ha trovato qualcosa, a quanto pare. Si china e prende tra le dita un piccolo oggetto. Sembra un bastoncino, a vederlo da qui e con quello sembra picchiettarsi le braccia nude. Terminata questa strana operazione il giovane riparte e camminando si avvicina alla panchina di Rossella che un po’ si dispiace di vederlo venire proprio verso di lei.
Ma ecco che il ragazzo ha trovato di nuovo qualcosa. E’ una siringa quella che tiene tra le dita, adesso Rossella può vederlo bene, ed è con quell’ago trovato per terra che si fora le braccia in più punti.
Rossella ha un moto di orrore e non può fare a meno di muoversi verso il ragazzo e invitarlo a smettere quella follia.
“No! No! Ma che cosa sta facendo?”
“Non si preoccupi signorina, stia tranquilla, è tutto calcolato!”
“Che cosa è calcolato? Che cosa? Che cosa ha intenzione di fare?”
“Non si curi di me, signorina, la prego. Vado più in là e non la disturbo. La lascio pranzare. Non volevo darle fastidio.”
“Perchè è così svestito con questo freddo? Perché sta facendo quello che fa?”
Quasi grida Rossella e sembra che sia sull’orlo del pianto.
“Non urli signorina, la prego, che se urla viene il vigile e se viene il vigile salta fuori tutto e il mio piano va all’aria. Se smette di urlare le giuro che mi siedo lì vicino a lei e le spiego.”
“Il mio piano? Ma quale piano… Venga, venga e mi spieghi. Basta che butti via quella schifezza!”
Il giovane ubbidisce e facendo con il dito il segno di tacere si avvia verso la panchina.
Ha la pelle del viso screpolata, le mani e i piedi viola dal freddo. Ma ha uno sguardo lucido, composto, in cui non sembrano esserci segni di follia.
“Io suono, sa, signorina?”
Rossella lo guarda turbata e le piacerebbe tenergli le mani tra le sue per scaldarle e appoggiargli la giacca sulle spalle ma non riesce a far altro se non rispondergli continuando quel dialogo assurdo.
“E che strumento suona?”
“Suono molti strumenti ma per comporre uso il pianoforte.”
“Lei compone?”
“Si, io compongo. Ho iniziato dai tempi del conservatorio e ho continuato finché è durato. Non ho mai smesso.”
Il giovane ha un brivido che non riesce a trattenere. Si sfrega le mani sulle ginocchia e prosegue a parlare.
“Papà e mamma hanno capito subito che la musica era fatta per me ed io per lei. Ho frequentato le scuole medie e quasi tutte le superiori al conservatorio. Poi…”
Il ragazzo si ferma e guarda per terra come incantato.
“Poi?” lo incoraggia Rossella.
“Poi mia madre e mio padre hanno cominciato a litigare e hanno smesso di chiedermi come andavano i miei studi. Io nel frattempo avevo già vinto per due anni di fila il premio del conservatorio per giovani promesse e mi sentivo destinato ad un futuro splendente. Ma per i miei genitori tutto questo sembrava essere passato in secondo piano. Pensavano solo a litigare e ad un certo punto si separarono. Rimasi con mia madre ma tutto era cambiato.
Lei piangeva a e litigava sempre al telefono e un giorno mi disse che i soldi che mio padre le passava non sarebbero bastati per mantenermi agli studi.
“Non c’è problema – mi dissi- troverò un lavoro e continuerò a suonare perché la mia vita non ha senso senza questo.”
“…e invece non lo trovò” termina Rossella per lui.
Il ragazzo si ferma, la guarda un po’ stupito e risponde “ma certo che lo trovai! Naturalmente! E più d’uno! Ma non era quello il problema! Il fatto è che qualsiasi lavoro trovassi non c’era verso che mi consentisse anche di dedicarmi alla musica. Ogni lavoro, con la scusa di consentirmi di vivere, voleva tutto di me e mi impediva di vivere. Nessuno era disposto ad accettare che io potessi considerare il lavoro come un baratto di una parte del mio tempo in cambio di denaro. O si accettava di essere sempre a disposizione , di scattare ad ogni schiocco di dita , di non rifiutare mai, di prolungare l’orario a capriccio del capo oppure si veniva subito bollati come scansafatiche, soggetti di cui liberarsi.
Capii che il mondo ha bisogno solo di utili schiavi e non certo di uomini liberi che coltivano il proprio spirito e pensano a idiozie come la musica.”
“Ma, forse, un compromesso…”
“No signora – il ragazzo assume un tono amaro – nessun compromesso è possibile. Ho cercato in tutti i modi. Ho provato a suonare di notte, ad educare la mia mente a comporre avvitando bulloni o servendo caffè ma è stato inutile. La musica è una cosa seria. E’ disciplina, è esercizio. Io la stavo perdendo e quel che è peggio ne stavo perdendo il desiderio. E d’altronde, signora cara, cosa vuole che sia? Quanta gente abbandona i propri i propri sogni e i propri talenti e certo il mondo non ne sentirà mai la mancanza! Di una cosa inutile come la musica, stia certa, il mondo crede di non aver bisogno.”
Si sta avvicinando l’ora in cui Rossella deve rientrare in ufficio e questo pensiero stride così fortemente con quello che il ragazzo sta dicendo che lei decide di restare e al diavolo gli orari.
“E allora…?” domanda.
“Allora ho deciso di ammalarmi. Mi sono informato. Se divento sieropositivo, tanto per fare un esempio, ho diritto ad una piccola pensione come invalido civile. Tirando la cinghia ce la posso fare a dedicarmi alla musica. E se invece morissi alla fine sarebbe lo stesso: uno schiavo muto muore ogni giorno.”
Rossella lo guarda ed è attraversata da mille pensieri.
Pensa a tutti i ricatti che la vita ti fa, a tutte le volte che ti obbliga a scegliere tra le rose e il pane.
Alla danza amatissima che ha dovuto abbandonare ai tempi del liceo perché non si conciliava con lo studio.
“Ma è possibile che non ci sia un’altra strada?” dice con la voce in bilico sull’orlo del pianto.
“Ho scritto un’opera, lo sa? – dice il ragazzo sorridendo di colpo – La vuole sentire?”
Rossella lo guarda con aria interrogativa.
Il ragazzo prende a fare con la bocca un’overture di archi. La melodia è dolcissima e dice più di quanto le parole fino a quel momento siano riuscite a dire. Poi attaccano i fiati. Prima piano, come distanti, e poi sempre più in crescendo e infine entra tutta l’orchestra insieme a farle cadere il cuore in fondo allo stomaco e poi di nuovo su, da qualche parte vicino alla gola.
Il ragazzo è in piedi sulla panchina con i suoi piedi viola e i suoi bermuda e dirige l’orchestra che gli suona in bocca e la musica riempie la villa disabitata.
Dopo mille anni o un minuto la musica si spegne in un finale struggente.
Rossella in piedi applaude con tutte le sue forze e gli occhi pieni di lacrime.
Il ragazzo posa la bacchetta e dalla sua panchina verde si inchina al pubblico in delirio.
Poi si volta e si allontana verso l’uscita del parco.

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