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Sono anni che ti devo queste parole, compagna di cella, da pronunciare piano dentro il guscio in cui ci troviamo.
E’ un involucro spesso, duro, stratificato, antico, questo guscio che ci contiene. Ha cominciato a crescere sui nostri corpi dal primo giorno in cui ci siamo avvicinati. E’ come se ci fossimo baciati sul fondo dell’oceano e su quel nostro abbraccio avesse cominciato a depositarsi la patina del mare. Come se sui nostri corpi avvinti fossero cresciute dapprima le alghe, poi le piccole valve delle conchiglie, i mitili, i duri fiori del corallo, il fango abissale, gli esoscheletri dei crostacei, i neri porcospini degli echinodermi. A poco a poco siamo stati due forme indistinte coperte dalla stessa corazza delle rocce, delle latte, delle bottiglie abbandonate. Molluschi prigionieri dentro il guscio. Anfore, chiglie, scrigni, relitti mimetizzati sul fondale.
Se oggi puoi sentire la mia voce è solo perché siamo qui dentro chiusi con le bocche vicine a respirarci un fiato che è sempre più spesso affanno. A fingere di essere quelli che avremmo dovuto essere e dirci ciò di cui c’è bisogno quando in realtà siamo diventati muti.
Mentre il mondo sale sulle nostre spalle, si issa e inscena uno spettacolo che non ci riguarda.
Alzarsi, accudire, mutui, bollette, orari, telefono, macchina, uscire, tornare, preparare, accompagnare, comprare, rispettare, ottemperare, convenzioni, rapporti di parentela e di vicinato, mia moglie e tuo marito, tu moglie ed io marito. La pantomima di essere una coppia che fa fronte e costruisce. Progetti di ovvietà, piani contemplati, pacchetti numerabili, spese prevedibili per fascia di reddito e di età, campioni rappresentativi in un sondaggio da due soldi.
Piccoli templi vuoti che contengono le nostre spoglie.
La scelta tra niente e niente che chiamano, bestemmiando, libertà.
Tutto questo ci fiorisce addosso ogni giorno senza sosta come muschio, ci copre lentamente e ci allontana dal nostro dovere di essere noi stessi. Ci preleva il sangue, lo trasfonde fuori dai nostri corpi e li anemizza, ci svuota come un nugolo di zanzare, di vampiri, di pappataci su un animale che è malato e fa fatica a respirare.
Così ora te lo dico perché ti dovevo queste due parole.
Per farti sapere che ho deciso di abbandonare il guscio.
Te lo dovevo di non essere già morto. Spero mi amerai per questo mio partire.
Sono venuto qui a ricordarti che tutta questa roba con noi non c’entra niente.
Non è adattarsi, maturare, crescere, cambiare, evolversi. E’ tradire. E’ tramutarsi in nostri nemici.
Sono qui perché tu sappia che abbandono tutto.
E per chiederti di venire via con me.

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