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Glauco non viene qui da quando era un ragazzo che secondo il calendario gregoriano fanno circa trent’anni, minuto più minuto meno. La via è cambiata da morire in questo quasi mezzo secolo e non la si riconosce neanche più. Lì c’era il calzolaio, il verduraio, il cartolaio e all’angolo il bar degli amici. 
Guarda, guarda. Il bar c’è ancora. Pazzesco. Glauco è indeciso se entrarci. Sempre un brutto flash rivedere luoghi che si sono amati, luoghi mitici, e ritrovarli trasfigurati dal tempo. Sarebbe meglio non correre il rischio ma il richiamo è irresistibile e alla fine Glauco non ce la fa e spinge la porta.
“Glaucoooo!!!!”
Totonno, così detto perché affetto da lieve balbuzie (“abbiamo tramezzini cocotto e formaggio oppure maionese e totonno”) lo accoglie con il suo inconfondibile stile da dietro il bancone. Il mitico Totonno. Vivo, al suo posto e neppure tanto invecchiato, a guardarlo bene. Questa è grossa davvero.
Glauco si guarda intorno. Nell’arredamento non è cambiata una virgola, lì c’è il poster di Agostini sulla cinquecento che duella con Hailwood, quello di Lucchinelli accanto, il frigo dei Sammontana e quello è il tavolo della combriccola anche oggi occupato, come allora.
“Che fai non ti siedi con noi? Oppure oggi fai la fica sprezzante?”. Chi ha parlato è Fede. Roba da non credere. Fede con la maglia a righe orizzontali, che in effetti è anche tornata di moda.
“Dai Glauco! Non rompere i coglioni e siediti!”
Cristo santo. Quello è Luc. E Davide e Stefano e Marco.
Glauco si siede sulla sedia di fòrmica mezzo stralunato e non fa in tempo ad aprir bocca che Totonno gli serve una “bicicletta”. Vuoi dire che il prodigioso Totonno si ricorda anche questa? Basta portare alle labbra il bicchiere che si sprigiona un mondo di ricordi che se ne stava acquattato lì dietro l’angolo, evidentemente. Anche lo chardonnay invece del vino fermo si è ricordato Totonno, com’è sempre piaciuto a lui. Glauco si volta a guardare il barista e lui per tutta risposta lo ricambia con un occhiolino.
Si parla di tutto con gli amici. Di politica, della crisi e degli ultimi modelli di auto inarrivabili. Si raccontano aneddoti esilaranti un po’ gonfiati, com’è normale, ma solo un po’. Nessuno fa domande imbarazzanti, nessuno chiede le credenziali, nessuno ti squadra per giudicarti o ti colloca in una posizione sociale per come sei vestito. Nessuno chiede a nessuno notizie della sua vita personale. Quella roba rimane fuori dalla porta del bar, come le scarpe fuori dalla moschea.
Che bel pomeriggio passa Glauco! Leggero, inaspettato e quando si alza, un po’ barcollante dopo l’ennesima bicicletta, saluta tutti dicendo “a domani” anche se non sa davvero se riuscirà a tornare. E mentre aspetta per pagare sorride guardando la collezione di miniassegni incorniciati e quello del Credito Italiano da cento lire gli sembra ieri che se lo spendeva in figurine. Totonno lo saluta con un sorriso e lui accettando il resto dice grazie ma non intende solo per il resto.
Esce nella sua vecchia strada così cambiata con il cuore lieve come una piuma.
“Ehi, ma qualcuno lo conosceva quello lì?”
“Mai visto! E tu?”
“Ma figurati!”
“E a te Diego com’è che ti chiamava?’”
“Mah? So assai! Antonio, Antonno, non ho capito, bene.”
“Certo che ce n’è di gente fuori a ‘sto mondo!”
“Ma veramente!”

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