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La centesima volta che mio padre mi ha picchiato sapevo già come reagire. Mi ha fissato con quello sguardo di chi ha bisogno di farlo ancora ed io ho saputo in quell’istante esatto che non si sarebbe mai fermato. Per questo, quando ha cominciato a camminarmi incontro, ho fatto quello che dovevo fare.
Ho usato la magia.
Sono stato costretto, era l’unica cosa che mi restava.
Ho reso il suo volto buffo ed il suo passo sgangherato e vedendolo dondolare verso di me come un ridicolo goffo papero acciaccato non mi è riuscito più di aver paura. Quando ha cominciato a urlare, con i piccoli spruzzi di saliva che mi colpivano come una pioggia in viso, ho fatto della sua voce la pernacchia di un clown, un piffero stridente e stonato, ubriaco, un trombone scassato, un suono di molla, un peto e dentro di me ho riso forte con tutta la voce che mi riusciva di trovare. Quando ha alzato il braccio gli ho messo in mano un ombrello a fiori turchini e su quegli occhi feroci un paio di occhiali da donna coi tergicristalli viola. Lo schiaffo l’ho deviato, rallentato, l’ho smorzato e la sua mano è diventata cuscino, stracchino, un soffio di vento, una torta alla crema che non ha potuto farmi male. Anzi. E’ stato un solletico, un fiato balzano, una leccata di mucca, una cacatina d’uccello dall’alto di un ramo. Il pugno non mi ha colpito la guancia, né il calcio la pancia. Perché io m’ero fatto di gomma e di sabbia e ogni cosa mi affondava dentro senza potermi mai ferire.
Poi quando ha avuto il fiatone, s’è fermato e ha cominciato a tossire, ho trasformato con la bacchetta ogni colpo che m’aveva dato in bacio e l’ho abbracciato.

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