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La sera del primo Marzo 2014 alle 20:17, ora di Roma, un frammento celeste delle dimensioni di una piccola automobile e del peso di circa 3000 chili, dopo un viaggetto che durava da qualche milione di anni, pensò di impattare l’atmosfera terrestre sopra l’agglomerato urbano di Genova, Italia del Nord, alla velocità di circa 42 chilometri al secondo. Il contatto con l’atmosfera frantumò la grossa roccia in molti frammenti il piú grande dei quali aveva un peso di circa 500 chili e le dimensioni di una lavatrice, centimetro più, centimetro meno. La miriade di schegge si nebulizzò dando luogo ad una pittoresca pioggia luminosa mentre il frammento maggiore tracciò nel cielo serale una lunga scia di fuoco che fu vista a centinaia di chilometri e continuò la sua corsa consumandosi progressivamente fino a raggiungere le dimensioni di una pallina da flipper. La suddetta pallina, a contenuto prevalentemente ferroso, sfrecciò ad una velocità di circa 350 km all’ora sulla città puntando direttamente sulla collina del Righi, luogo panoramico assai caro ai genovesi e a quell’ora frequentato per lo più da coppiette.
In quel medesimo istante Guglielmo Ruggeri detto Memo, assessore cittadino alla cultura con delega allo spettacolo, stava per vincere all’interno della sua Audi A6 parcheggiata sotto gli alberi la propria strenua battaglia con le mutande della Beba, ventiduenne stagista da quasi un mese presso il di lui assessorato.
Barbara Gatti, conosciuta in ufficio come Beba, aveva partecipato alle ultime campagne elettorali del partito di Ruggeri ed era stata segnalata per quello stage molto ambito dal segretario provinciale in persona.
“Mi sa che ci dovrò pensare io a te!” aveva detto al fidanzato disoccupato baciandolo sulla fronte alla vigilia del suo primo giorno di lavoro. Chissà se immaginava che da lì a breve si sarebbe trovata a dover lottare contro un energumeno dalle cento mani che l’avrebbe trascinata al Righi con l’inganno, disertando un aperitivo di lavoro programmato da settimane.
Infoiato come un facocero, Memo sentiva già odor di vittoria. Con la velocità di un prestigiatore e la scioltezza di un contorsionista si era già abbassato i calzoni firmati e la microfibra delle mutandine di Beba aveva dovuto cedere alle sue avances non propriamente garbate.
Fatti due rapidi calcoli la stagista aveva capito di essere in un vicolo cieco. Tirarsi indietro con gentilezza ormai era impossibile e per fermare l’assessore ci sarebbe voluto un fucile da rinoceronti. Tirargli una testata sul naso significava rovinarsi per sempre e doversi trasferire a Kathmandu insieme al fidanzato che, per carità, avrebbe sempre potuto avviarsi all’antica professione di sherpa.
Cedere sembrava l’unica, ma al pensiero le moriva il cuore.
La situazione era esattamente a questo punto quando il parabrezza andò in briciole.
Ci fu un’esplosione assordante e l’auto si sollevò da terra di oltre un metro sulle ruote di destra. Una luce accecante e bianchissima avvolse ogni cosa, le quattro gomme scoppiarono, il cofano si sollevò e la macchina ricadde al suolo in una nuvola di fumo.
In meno di un istante tutto fu nuovamente immobile. Restò solo l’allarme dell’antifurto a squarciare l’aria senza sosta.
Beba fu la prima a riprendere i sensi.
Ruggeri era immobile, riverso sopra di lei con tutto il suo peso. Nelle orecchie aveva un rombo e il fischio intermittente dell’antifurto era come se provenisse da molto lontano. A parte questo non le sembrava di sentire dolore in nessun punto del corpo. Stava cercando di spingere di lato il cadavere dell’uomo quando anche lui dette segni di vita.
“Ahhh” si lamentò l’assessore.
“Memo sei ferito?”
“Ahhhhhhh, porca troia!” Il culo scoperto gli faceva un male incommensurabile. La chiappa di destra in particolare sembrava stesse andando a fuoco.
“Aiuto! Mi hanno sparato!” urlò lo smutandato chiamando in soccorso chissà chi.
Manco aveva finito di pronunciare la sua invocazione d’aiuto, che, quasi per magia, l’aria fu di colpo piena di luci azzurre intermittenti. Un camion dei pompieri e due auto della municipale si materializzarono nel buio illuminando la scena con la luce dei fari.
“Aiuto sono qui!” gridava l’assessore come se fosse sepolto sotto una valanga e nessuno potesse vederlo.
“Sono l’assessore Ruggeri!” aggiungeva per buona misura nel caso i soccorritori non fossero sufficientemente motivati.
I vigili del fuoco si avvicinarono con cautela al veicolo sconquassato, aprirono la portiera, finsero di non vedere il biancore delle chiappe dell’assessore, che stava a quattro zampe sul sedile reclinato urlando come un pasciuto coyote, e decisero che bisognava chiamare un’ambulanza.
Beba sgattaioló fuori dalla macchina ricomponendo con grazia il suo vestitino scuro da trentadue euro e novanta acquistato in saldo alla conbipel in previsione dell’aperitivo e si mise in un punto discosto, non fosse mai che si fosse presentato pure qualche giornalista.
Sul tavolo operatorio della chirurgia generale dell’Ospedale Galliera i chirurghi constatarono sul gluteo assessoriale una ferita cauterizzata di circa otto centimetri dal cui fondo estrassero un frammento metallico delle dimensioni di una biglia che mostrava una spiccata attività magnetica.
Tutta la città aveva visto la scia luminosa e la notizia si sparse in maniera virale. Gli esperti spiegarono il fenomeno e annunciarono al mondo che Guglielmo Ruggeri era il terzo uomo al mondo di cui si avesse notizia che era stato colpito da un meteorite ed era sopravvissuto, dopo l’americana Ann Hodges nel 1954 ed il giovane studente tedesco Gerrit Blank nel 2009.
Non c’era programma che non facesse carte false per averlo come ospite e lui magnanimamente non negò a nessuno la propria presenza. Faceva la sua entrata sul set televisivo con passo lievemente claudicante mentre il presentatore presentava con enfasi “l’uomo delle stelle”.
Grazie alla sua popolarità l’uomo delle stelle fu eletto governatore della regione l’anno successivo e da lì iniziò una fulgida carriera politica che ancora dura.
Sicuramente era stato un segno divino quello che aveva voluto indicarlo al mondo in quella sera di marzo.
Per fortuna la posizione della stigmate non consentiva all’unto del signore di mostrarla in giro se no si sarebbe notato che, per un curioso scherzo della cicatrizzazione, aveva l’imbarazzante forma di un piccolo maiale.
Beba ebbe una crisi mistica e si convinse che Dio in persona aveva voluto salvarla dal degrado morale e dall’abiezione. Prese i voti e fu assegnata su sua stessa richiesta alla missione cattolica in Nepal. Ad oggi è una valida collaboratrice di mons. Sharma, vescovo di Kathmandu.

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