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Se smetterai di lamentarti e di sederti ogni due passi, il nonno ti racconterà una storia. Ti dirà come è iniziato tutto e ascoltando forse scorderai la fatica. Ti spiegherà perché ogni anno il nostro popolo si mette in marcia e affronta questo lungo cammino per giungere al luogo sacro dove attende l’alba dell’ultimo giorno d’inverno per poi tornare a casa a festeggiare il primo giorno di primavera.
Ascolta e stammi vicino, metti un passo dietro l’altro, piccolo mio.
Se non ci pensi le tue zampe cammineranno da sole.
Ecco il racconto di come è andata.
Viaggiavamo già da due giorni tutti accucciati nelle gabbie e il rombo del grande camion ci stordiva. Il freddo ci paralizzava e ci arruffava le piume.
Sapevamo bene che alla fine del viaggio per tutte noi ci sarebbe stata la morte. L’unica cosa lasciata alla nostra fantasia era l’aspetto che avrebbe avuto. Non sapevamo nemmeno se fosse notte o se fosse giorno, non parlavamo neanche più tra noi, appiattite nelle cassette e impilate le une sulle altre.
Quando tutto cominciò a oscillare non riuscimmo neanche ad aver paura.
Ci fu un primo urto e poi uno stridore senza fine. Tutto cadde di lato e noi ci rovesciammo una volta e poi un’altra e un’altra ancora.
Si aprì un largo squarcio nella parete della nostra prigione e fummo proiettate nella luce urtando e rotolando dieci, cento volte.
Quando tutto si fermò, chi di noi poté aprire gli occhi vide uno spettacolo sconvolgente. Sulla strada nera stavano sparpagliate centinaia di gabbie rosse che nell’urto si erano ammaccate, rotte, aperte. Il camion stava riverso su un fianco, morente, e dal motore uscivano fiamme.
Decine di noi giacevano senza vita ma molte, molte di più si muovevano tra i rottami e provavano ad alzarsi lentamente sulle zampe rattrappite. Ci radunammo e, senza aver bisogno di dirci nulla, abbandonammo la strada tutte insieme e prendemmo a camminare attraverso i campi come se avessimo una meta.
Era l’ora del mattino in cui c’è già luce ma non è ancora comparso il sole.
Quando arrivammo al nostro bosco si stava già facendo sera.
Viveva una vecchia volpe, nel bosco, conoscerai già la storia. L’inverno era stato avaro con lei. Non mangiava da molti giorni, era magra e tutta orecchi. Quando vide venire verso di sé almeno duecento galline che camminavano tutte insieme, bianche, bionde, nere e con le creste rosse, il suo vecchio cuore non ce la fece e morì d’infarto. Ci lasciò il suo bosco e una vita nuova. Era la sua tana quella dove ancora oggi deponiamo le uova.
Al riparo del bosco finalmente ci fermammo e lì ci svegliammo dopo la nostra prima notte da esseri liberi. Era il primo giorno di primavera.
Ancora oggi il nostro popolo vive in quel luogo dove ci guidarono i nostri passi quel giorno. E’ un buon posto dove stare. La terra è grassa e ricca di lombrichi e di semi. D’estate si trovano lucertole e serpentelli. C’è il piccolo fiume in cui non manca mai l’acqua fresca da bere.
Per ricordare che tutta questa fortuna non c’è sempre stata e che tutto ha avuto un inizio e che c’è stato un tempo di dolore da cui tutte noi veniamo, prendemmo l’abitudine di percorrere a ritroso il cammino fatto il giorno della nostra liberazione. Ogni anno torniamo qui, dove il grande camion si è rovesciato, aspettiamo l’alba e poi torniamo nel nostro bosco più forti e più unite.
Fa bene ricordarsi da dove si viene. E’ una buona cosa sapere che le cose nella vita avebbero potuto andare diversamente e che la buona sorte non è mai scontata né è data per sempre.
Ogni tanto passa di qui qualche macchina, il conducente intravede centinaia di galline sul bordo della strada e sicuramente pensa di avere le traveggole. E’ già nata una specie di leggenda tra gli uomini su questo nostro raduno annuale. Chissà che spiegazioni folli staranno cercando al nostro strano comportamento. Una sorta di migrazione, il magnetismo terrestre che cambia, un nuovo virus o chi lo sa. Quando si vuole la spiegazione a qualcosa che non si capisce, la si cerca tra quelle che siamo capaci di darci, poi tra queste si sceglie quella che presenta meno difetti e pomposamente la si chiama verità. Dimenticando che nel piccolo numero delle spiegazioni che siamo capaci di darci, di quella giusta potrebbe non esserci nemmeno l’ombra.
Nemmeno la più pallida ombra, piccolo mio.

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