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Non sapeva quanta aria gli restasse ma da come gli girava la testa presupponeva di averne ancora per poco. La fame e la sete lo tormentavano e si sentiva incapace di muovere un muscolo. Il giorno precedente era riuscito a trovare una brioss ferrero mezza sciancicata nella tasca interna di un piumino da sci ma si era dovuto pentire amaramente di averla ingurgitata perché la sete, già terribile, era divenuta da quel momento insopportabile. Ora, al secondo giorno di clausura, la sua lingua sembrava una sciarpa di loden e lui cominciava a temere sinceramente per la propria vita. Lo avrebbero trovato morto, in avanzato stato di decomposizione dentro quell’armadio e ci avrebbero messo un attimo a fare due più due.
E pensare che era iniziata così bene la settimana, con quella grandissima sventola della Federichina che gli aveva fatto due o tre sorrisini impertinenti e aveva trovato il modo di comunicargli che il marito sarebbe stato in viaggio da mercoledì. Lunedì stesso all’uscita dall’ufficio c’era stato l’aperitivo di assaggio, martedì il pranzetto tête-à-tête di conferma e mercoledì, giorno della sospirata partenza del coniuge, l’appuntamento a casa di lei per il gran galà.
Una donna spiccia la Federichina. Un quarto d’ora dopo essere entrati in casa aveva trovato il modo di condurlo in camera da letto e lì, in men che non si dica, gli era comparsa di fronte nuda. La visione era stata abbagliante, semplicemente da infarto. Ogni particolare confermava, anzi, ampiamente superava le già molto rosee aspettative che si potevano nutrire guardandola passare tutti i giorni per i corridoi dell’ufficio. Nella sua testa era istantaneamente partito un potente accordo d’organo in maggiore, poi a seguire la marcia trionfale dell’Aida atto secondo e, per finire, il suono delle campane a stormo durante la festa di Santa Lucia a Siracusa. Non si era ancora spento l’ultimo rintocco di campana, che anche lui si era trovato proiettato fuori dai vestiti dopo aver rapidamente vinto la strenua resistenza dell’ultimo calzino. Era in quell’istante esatto di perfezione assoluta che si era aperta la porta di casa e il vocione del marito della Federichina era risuonato nel corridoio chiamando a gran voce la consorte. Il terrore si era dipinto sul viso del suo sogno erotico che in meno di un istante lo aveva spinto dentro quel maledetto armadio, aveva chiuso con due giri di chiave e lo aveva lasciato lì ad origliare, nudo e tremante come un paguro fuori dal guscio.
“Amoreee! Sorpresa!”
“Che cosa fai qui? Che succede? Hai perso il treno?”
“Ma quale treno! Non dovevo partire davvero! Era tutto un trucco per metterti alla prova!”
“Co-cosa intendi dire?”
“Ero davvero curioso di vedere come avresti reagito di fronte ad una bella sorpresa! Io e te, soli fino a domenica, destinazione Lanzarote, Canarie. Tutto organizzato da settimane. Ho già parlato con il tuo capufficio. Vestiti, forza! Che il volo parte tra un’ora e mezza e c’è già qui sotto il taxi che aspetta! Ti ho lasciata senza parole stavolta? Vedremo se dirai ancora che ti trascuro e penso solo al lavoro!”
Non si era più mosso da quella maledetta stanza continuando a parlare senza sosta finché non erano usciti. Lui aveva sentito la porta di casa chiudersi e si era reso conto in quell’istante esatto della sua situazione.
L’armadio in cui era prigioniero era di quelli che oggi così non li fanno più. Legno massello ben stagionato e serrature che manco una cassaforte. Si era disintegrato una spalla a forza di cercare di sfondare l’anta.
All’inizio aveva sentito il suo telefono squillare molte volte, lasciato nei vestiti che la Federichina aveva infilato chissà dove, ma poi anche quell’ultimo, flebile, inutile legame con il mondo esterno aveva smesso di dare segno di sé, evidentemente scarico.
Era sepolto vivo.
L’unica cosa che poteva fare era guardare l’ora, visto che almeno l’orologio gli era rimasto al polso. Erano le sette e dodici del mattino di venerdì. Si trovava lì dentro da quasi due giorni, era anchilosato, disidratato, non sentiva neanche più il puzzo di piscio con cui aveva inzuppato i maglioni nell’angolo più distante dello scomparto. E nonostante tutto non riusciva a non pensare alla visione della Federichina nuda e ancora ogni volta che la rivedeva partiva l’Aida e le campane suonavano, anche se sempre più lontane.
Era nel mezzo di uno di questi deliri, quando sentì aprirsi la porta dei casa e passi risuonare nel corridoio.
Una voce femminile chiamò il suo nome urlando sottovoce.
“Guglielmo! Guglielmo, sei qui?”
“Sono qui dentro! Aiuto!”
La Federichina era evidentemente riuscita a telefonare a persona di fiducia avvertendola che c’era un uomo chiuso nel suo armadio. Benedetta. Benefattrice. Protettrice degli uomini nudi rinchiusi.
“Aspetta che cerco le chiavi!” disse la voce.
Pensando che a breve sarebbe uscito di lì nudo di fronte ad una sconosciuta trovò la forza di indossare una pelliccetta di rat musqué che gli andava forse un po’ attillata ma almeno gli copriva le vergogne.
L’aria e la luce gli diedero il capogiro. Rimase per qualche minuto in piedi sorreggendosi al muro mentre cercava di abituare gli occhi alla nuova situazione. Mano a mano che riacquistava la vista, andava mettendo a fuoco la sua salvatrice. Era, come dire, non bellissima. Diciamo un incrocio tra uno scorfano e un castoro.
“Sono Ludovichina, la sorella della Federichina. Mi ha avvertita mezz’ora fa per telefono della tua, diciamo così, situazione e mi sono precipitata.”
“Ti ringrazio, penso sarei morto se non tu fossi arrivata.”
Gli sembrò di notare, mentre pronunciava queste parole, una luce strana negli occhi bovini della Ludovichina ma forse si trattava solo di un impressione dovuta alla debolezza.
“Sei carino, così, mezzo nudo con quella pelliccia. Sembri Prince.”
“Prince? Io, veramente, non mi sento molto bene…”
“Siete stati interrotti sul più bello non è vero? – la Ludovichina gli stava saggiando il pettorale destro con la punta del dito – Forse ti è rimasto un po’ di desiderio, diciamo così, inespresso…”
Di colpo non ci furono più dubbi. L’indegna sorella della madonna protettrice degli amanti prigionieri si stava umettando le labbra sottili con una linguona patinata da cocker spaniel e un’espressione che voleva essere languida e vogliosa. Il petto fiorito di acne si sollevava su e giù per il desiderio, le dita a salsiccia avevano preso ad accarezzargli il viso. Al posto delle campane questa volta partì assordante la sirena dell’allarme aereo posto sul tetto del Reichstag di Berlino nel ’45.
“Credo di aver bisogno di bere e di una doccia. Se mi aiuti a trovare i miei vestiti penso che andrò subito a casa…”
“Ascoltami bello. Il marito della Federichina fa il fabbro e spesso quando lavora usa le mani nude invece del martello, non so se mi spiego. Se una certa vocina gli arriva alle orecchie tu ti trasformi da Prince in Michael Jackson. Com’è adesso intendo.”
“Ma, io…”
“Certo, un modo perché io diventi muta come un pesce ci sarebbe…”
Fu un venerdì di passione ma finalmente la sera arrivò.
Il buio entrò nella stanza e nascose con un velo pietoso la silhouette da boiler della Ludovichina nuda sul letto che russava come un generatore a gasolio.
Guglielmo si vestì barcollando e guardò la stanza un’ultima volta con espressione vuota. Poi nella sua testa attaccò a tutto volume Cuckoo song, l’indimenticabile canzoncina di Stanlio e Ollio, che lo guidò fino alla porta.