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Spettabile redazione,
anche se non sono certo di esserne all’altezza, intendo partecipare con questa mia al concorso “Che libro tieni sul comodino” indetto dalla vostra rivista la settimana scorsa.
Devo ammettere di essermi sentito un vero ignorante nel leggere il livello dei testi che soggiornano abitualmente allato del cuscino dei vostri lettori, tra il bicchiere dell’acqua e la sveglia, testi che, lo devo confessare, per la maggior parte non ho mai nemmeno sentito nominare. Anche il numero delle adesioni al concorso mi ha molto colpito. E’ stata per me una vera sorpresa venire a conoscenza di quanto sia diffusa l’abitudine di tenere vicino a sé per poterli sfogliare ogni sera prima di dormire, “La fenomenologia dello spirito”, “Finnegans Wake”, “Guerra e pace”, la “Critica della ragion pura”. E pensare che nelle case che mi è capitato di frequentare ho sempre visto sui comodini il più desolante dei deserti lucidato a cera o, al massimo, “La settimana enigmistica” oppure “Quattroruote”.
Evidentemente le mie frequentazioni lasciano molto a desiderare in fatto di cultura.
Comunque, come vuole il concorso e a costo di parere uno zotico, voglio anch’io mettere a parte la redazione e tutti i lettori, del libro che non è mai mancato sul mio comodino e che ha costituito e costituisce per me un inesauribile spunto per sempre nuove e proficue riflessioni.
Il libro in questione è l’elenco del telefono.
Proprio così, avete capito bene. Il vecchio caro elenco telefonico.
Vi spiegherò rapidamente la ragione di questa mia predilezione.
Intanto premetto che raccomanderei periodicamente questa lettura sin dalla prima infanzia e al numero più ampio possibile di persone. La maggior parte di loro, infatti, ha una propria immagine interiore dell’elenco del telefono. Diciamo che se lo figura come qualcosa occupato per pagine e pagine dal proprio nome scritto a caratteri cubitali seguito da quello decisamente più piccolo della propria ristretta cerchia di conoscenze e infine, in terzo e quart’ordine, da alcune trascurabili pagine di illeggibili nomi di estranei.
Cercare il proprio piccolo anonimo nome tra mille altri identici, durare fatica a trovarlo, imbattersi in una decina di omonimi e poi finalmente scoprirlo insignificante e microscopico che basta distogliere un secondo lo sguardo che già lo si è perso, mi sembra che dovrebbe essere un passo formativo quasi obbligatorio per tutti.
Dopo aver preso atto della propria ineludibile condizione di uomo tra gli uomini, di piccola formica non più importante né meno di ognuna delle altre piccole formiche con cui condivide la pagina, il lettore imparerà gradatamente a riconoscere la poesia che è insita nell’elenco degli abbonati telefonici.
Per far ciò può essere utile consultare un’edizione dell’elenco risalente ad una cinquantina di anni prima. Non è difficile procurasela e nel caso in cui qualche lettore volesse avviarsi alla scoperta di questo grande mondo di sorprese che è la consultazione ragionata dell’elenco telefonico, mi metto senz’altro a disposizione per offrirla in prestito.
Scorrendo l’elenco dei Mario, dei Luigi, delle Ines, ricorderemo che la maggior parte di loro non ci sono più e facendo risuonare i loro nomi e cognomi, preferibilmente ad alta voce, ci figureremo la loro lista sterminata come fossero iscrizioni sulle croci di un immenso camposanto. Pronunceremo questi nomi, magari fuori moda, ancora una volta, immagineremo le vite preziose e uniche degli uomini che li hanno portati, di cui le tracce si sono perse o si vanno perdendo, inesorabilmente, ogni giorno di più. Leggeremo i loro antichi indirizzi, case di affetti, di ricordi, ritorni, partenze, calore, arredate con mobili e oggetti che non esistono più, occupate da altri ignari che nulla sanno dei cuori che hanno battuto tra quelle mura. Lo faremo come una rievocazione, in ordine alfabetico, come ci mette la vita sin dai tempi della scuola, come bisogna fare quando si è tanti e non si vuol fare torto a nessuno. Ci immagineremo di declamarli di fronte ad una folla muta e che ogni tanto qualcuno, sentendo pronunciare un nome noto, si alzi ed esclami “Era mio zio! Era il mio vicino di casa!” e così facendo impareremo da capo a dare il giusto peso ad ognuno di quei piccoli nomi scritti in fila sull’elenco, perché ognuno è stato il nome con cui un essere umano veniva chiamato e quello con cui pensava se stesso.
Solo a questo punto si sarà pronti per il livello più alto di lettura del testo. Quello che ogni sera mi scalda e mi conforta e la ragione stessa per cui questo è il libro che da sempre ha il posto d’onore sul mio comodino.
Si tratta di aprire a caso il librone, scegliere un nome, poi cercarne altri con lo stesso cognome o diversi con lo stesso indirizzo, individuare le parentele, ricostruire vicinanze, relazioni, rapporti, come allacciando i fili di una trama invisibile che collega quelle piccole scritte che sembrano anonime e invece contengono mondi. E poi immaginare la vita, che è uno svolgersi mutevole e fragile. Figurarsi che Parodi Ernestino nonostante la sua età guardi, dalla finestra del civico 22 di Via dei Martiri dove risiede, la signora Sanna Concetta che stende i panni affacciandosi al balcone dell’interno 7 del civico 21 che sta di fronte e immaginare che la trovi bella, anche se non è più giovane, e si decida a telefonarle, alla fine, allo 010221515. Che la signora Concetta risponda e che Ernestino, rispolverando il tono un po’ bullo di quando faceva il filo alle ragazze fuori dal cinema quarant’anni fa, le chieda di poterla incontrare al bar di sotto, per un caffè.
Sono queste le ragioni, spero di essermi spiegato, per cui ho scelto questo libro da tenere sempre sul comodino.
Perché nel semplice esistere delle persone c’è tutta l’arte di cui ha bisogno questo mondo e certamente molta più di quanta non ne possa contenere io.
Non sarà “Finnegans Wake” ma per me, per il momento, basta e avanza.

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