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Quando gli operai della società elettrica cominciarono ad approfondire il buco nell’asfalto si trovarono improvvisamente a sfondare, ad un metro circa di profondità, una specie di diaframma di mattoni che non avrebbe dovuto essere lì. Il foro si apriva in un’ampia cavità vuota, una specie di grotta o di antica cisterna, all’interno della quale si intravedevano oggetti non ben identificabili a causa dell’oscurità.
Pensando ad un ritrovamento archeologico, i lavoranti si affrettarono ad avvertire i propri responsabili. Non avevano ancora finito di telefonare quando nella cavità si accese improvvisamente una luce che rivelò una stanza modestamente arredata che sicuramente era, o era stata, abitata da esseri umani. A fugare ogni dubbio fece la sua entrata nella stanza sotterranea un uomo che rivolse il proprio pallido viso verso l’alto. Aveva un’espressione costernata. Gli operai non si erano ancora ripresi dalla sorpresa che altre persone si affiancarono all’uomo tra cui due bambini, qualche anziano ed una donna. Tutti guardavano verso il buco e tutti avevano un’aria addolorata e allarmata.
“Scusate? Vi dispiacerebbe chiudere subito quell’apertura e trovarvi un altro posto dove scavare?” urlò l’uomo disponendo le mani a megafono. Il gruppo di persone accanto a lui annuì vistosamente.
Gli operai si guardarono stupiti.
“Veramente questo luogo ci è stato indicato con assoluta precisione. Non è che possiamo cambiarlo a nostro piacere”
“Guardate, io vi capisco, davvero, non crediate che non vi capisca. Non voglio minimamente entrare in polemiche, solo vi chiedo di coprire tutto e di dimenticare di averci visti, se è possibile. Ve ne saremmo tutti infinitamente grati. Veramente. Anche i bambini”.
Nel frattempo erano giunti sul luogo dello scavo anche i pezzi grossi che non avevano tardato a prendere in pugno la situazione.
“Chi siete voi? Cosa fate laggiù? Chi vi ha autorizzato a stare là? Non lo sapete che qui il sottosuolo è di proprietà del comune? Vi rendete conto che state ostacolando lavori di pubblica utilità?”
“Scusi?” fece il solito signore pallido un po’ accecato dalla luce “Lei è il capo?”
“Sono il capo cantiere, perché?”
“Potrebbe per piacere dire ai suoi operai di chiudere quel buco e di andare a scavare altrove?”
Il capocantiere fece per replicare e invece restò così, con la bocca aperta, per un tempo imprecisato. Poi mise mano al telefono e avvertì i carabinieri. In capo a un quarto d’ora arrivarono due volanti.
Non appena constatato che “trovavansi in loco un numero imprecisato di sospetti all’interno di una cavità sotterranea privi di segni di riconoscimento e dalle intenzioni non note”, i militari si fecero portare una scala e scesero coraggiosamente nel sotterraneo.
Qui trovarono un vasto sistema di cavità adibite ad abitazione e molte altre persone di ogni età. C’erano perfino due cani e un pappagallo. Un intenso pallore ed una specie di quieto sgomento alla vista degli estranei sembravano i tratti distintivi di tutti gli abitanti di quel luogo singolare. Nessuno di loro possedeva documenti o era in grado di dimostrare la propria identità. Non rispondevano alle domande e, quando parlavano, si limitavano a supplicare gli intrusi di andarsene. Lo facevano con una specie di caparbia cortesia, come se ne andasse della loro stessa vita.
Dopo circa due ore arrivarono tre cellulari, caricarono tutti e li portarono in caserma.
Il comandante si fece spiegare ogni cosa per filo e per segno e poi procedette agli interrogatori. Fece accomodare i soggetti uno alla volta, domandò loro le generalità, chiese spiegazioni, informazioni, fu duro, fu gentile, tacque, parlò ma tutto si dimostrò inutile. Gli interrogati, che avessero sei o settant’anni, tacevano oppure chiedevano, con una sorta commovente gentilezza d’altri tempi, il permesso di ritornare al proprio mondo e di essere dimenticati.
Dopo quasi sei ore di lavoro vano e sfinente il comandante chiamò i suoi collaboratori.
Insieme decisero che la cosa migliore era chiamare il magistrato di turno e chiedere consiglio.
Ci vollero due ore a spiegare al magistrato tutta la faccenda. Si faceva dire e poi ridire, e poi tornava indietro e poi domandava cose già riferite. Alla fine sentenziò che alla luce della giurisprudenza esistente il caso era molto dubbio e che lui aveva bisogno di tempo per studiarci. Che fare nel frattempo dei fermàti? Anche questo non era chiaro. Il magistrato convalidò il fermo in attesa di accertare l’identità dei soggetti ma non se la sentì di farli mettere in cella. La caserma si trasformò in una specie di accampamento. Non c’era militare che non provasse a scambiare due parole con i pallidi, come li avevano già soprannominati, eppure non c’era verso di riuscire a interagire con loro. Si limitavano a guardare con quell’aria spaventata e a chiedere con gentilezza di essere lasciati liberi di tornare a casa loro.
Quando arrivò la sera non ci fu verso di far accettare loro cibo. I pallidi si disposero tutti vicini, si diedero la mano e stettero così, ad occhi chiusi, ad aspettare il sonno.
Quella notte stessa ci fu una riunione molto speciale in Comune. C’erano il sindaco e una buona parte del consiglio comunale, il magistrato, il comandante della legione e quello della caserma dove si trovavano i pallidi.
La faccenda era assai dubbia.
Spie al soldo di un paese straniero non potevano essere, terroristi tanto meno. Criminali non lo sembravano. Superstiti della guerra non era possibile. Discendenti dei protomartiri che continuavano a vivere nelle catacombe? Membri di una setta sotterranea?
Dopo sette ore ore di riunione era chiaro che nessuno sapeva che pesci prendere e che l’opinione pubblica non poteva essere tenuta all’oscuro di tutto ancora a lungo. Fu il comandante della caserma che ebbe l’idea giusta. Dopo che l’ebbe enunciata ci furono reazioni accese, violente persino, ma poi, dopo lunga discussione, tutti l’accettarono come l’unica possibile.
Alle quattro e mezza del mattino, sotto una pioggia sottile, i pallidi furono caricati sulle camionette e portati nuovamente di fronte allo scavo dove tutto era cominciato nemmeno ventiquattr’ore prima. Qui furono radunati e invitati a scendere la scala che li avrebbe riportati nella loro dimora sotterranea.
Ognuno di loro fece un inchino e un sorriso di gratitudine passando davanti ai carabinieri che li sorvegliavano.
Quando l’ultima dei pallidi, una ragazzina magra di sì e no quindici anni, fu scesa, arrivarono due operai, ritirarono a scala e chiusero la breccia nella volta.
Poi arrivò una ruspa che coprì tutto e, poche ore dopo, da un grosso camion rosso, fu scaricato un giovane platano frondoso che venne piantato proprio al centro della buca, nella terra ancora fresca, fradicia di pioggia.

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