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Semplice dire semplice e tirar dritto. Ma senti quanto è bello il suono che fanno quella labiale quella linguale in fila. Semplice. E lasciandosi ascoltare e ascoltandoci la voce mentre ci parliamo, mentre sussurriamo, mentre leggiamo muovendo le labbra o mentre insegniamo a un bambino le sue prime parole, senti che miriade di piccoli gioielli disseminiamo ovunque, come fosse niente. Lucido, sussurro, palpito, essenza, meraviglia, oblio.
La bellezza è ovunque. Il forziere è ricolmo.
Possiamo prenderne tutti, immergerci le braccia fino ai gomiti e scegliere senza timore. Lasciarci stupire. Che il gufo bùboli, il corvo cròcidi, il pappagallo ciangotti, la scimmia farfugli. Che il fasciame sia il rivestimento esterno dello scafo, il mascone la parte prodiera delle murate e il giardinetto quella poppiera.
Lasciarci accarezzare. Dal fiabesco, dalla malinconia, dalla meraviglia di ciò che è lucente, dalla spuma, dall’onde, dall’isola sorgente, dal languido liscio scivolare e lasciarsi scendere sciando.
Possiamo saziarci fino alla nausea e sprecarne ancora. Da svenire. Avvenire e divenire. Intervenire, addivenire, convenire. E poi circonvenire, pervenire, prevenire, provenire. Contravvenire, ancora, e sconvenìre. Sopravvenire e sovvenire, rivenire e alla fine rinvenire.
Ogni bocca, giovane o anziana, carnosa, edentula, secca o bambina ogni giorno coglie senza pensarci dal forziere e si orna di questi gioielli. Delle parole chiare e dolci della nostra lingua, come anelli e collane. Che quasi non sappiamo più sentire, che la consuetudine ci nasconde ai sensi. Un’eredità gratuita e sontuosa, di cui siamo tutti beneficiari. Perché non ci sembrano più preziose, queste parole sonore, aggraziate, linde?
Senti la musica del loro susseguirsi. L’altalena di lunghe e brevi, tronche, piane, come perle in fila, sorde e sonore, che incanta chi la sente per la prima volta. L’estraneità dei suoni aspirati, gutturali, oscuri, muti, come se ogni parola fosse uscita da un filtro che lasciava passare solo il puro, come se tutto avesse come scopo il bello, in questa lingua femmina.
Io amo la lingua con cui ti ho detto per la prima volta ti amo. La sua precisione, la sua armonia, le infinite inflessioni dei suoi dialetti. Lo sapevi che il buglione è un sugo di pomodoro molto concentrato che si fa in provincia di Siena? Che il fogliolo è un tipo di trippa e che se l’allegagione è scarsa i frutti possono cascolare? E amo le sue sfumature affettive, il colore dubitativo di certi suoi tempi verbali, il viraggio di senso che una stessa parola assume se è singolare o se è plurale, se la accompagniamo con l’articolo o la lasciamo sola. Sola. E ne facciamo un gigante. Amo la naturale vicinanza che questo parlare ha con la poesia, con l’altezza, con la letteratura anche quando è quotidiano, quando è domestico o persino triviale, come se fossero cresciute insieme, sin da bambine, le parole alte e quelle basse, bevendo lo stesso latte. Amo scoprire la storia antica dei lemmi, il loro sorgere progressivo dalla corruzione della lingua madre come funghi colorati e boccioli da un tronco d’albero che morendo muta. Amo sapere che quando pronuncio una parola, uso come niente fosse un pezzo d’antiquariato di valore inestimabile, una testimonianza, una traccia, un pezzo di storia dell’uomo. Amo che il mare si chiami mare ma si chiami anche pelago, oceano, salata distesa e che il naufragarci mi sia dolce e non possa essere altrimenti. Amo che le parole con cui decifro la confusione che mi abita il cuore finiscano con una vocale, chiara, pulita e sono loro grato per questa nettezza che mi consola. E amo che pronunciarle non richieda doti ginniche, acrobazie laringee, prestanza labiale ma sia semplice. Come è semplice una nota musicale. Com’è semplice dire semplice.

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