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Il professore è tornato a scuola dopo la tragedia. Si è seduto di fronte alla classe e ha fatto lezione come in un giorno qualsiasi.
Se immergi le mani nel sangue la tua anima riceve una spinta dall’alto verso il basso pari alla quantità di sangue versato.
Ad ogni azione violenta corrisponde un’azione uguale e contraria.
Un corpo mantiene il proprio stato di quieta vita o di moto finché una forza non agisce su di esso.
Alle undici e cinquanta il professore ha premuto la sbarra antipanico ed è uscito passando dalle scale antincendio per evitare i giornalisti.
Una banale dimenticanza. Questo è il motivo che ha portato alla morte il bambino di 2 anni trovato senza vita nell’auto del padre, parcheggiata in via Donzelli. Il bimbo, secondo le prime ipotesi, sarebbe morto a causa della disidratazione e del caldo.
La casa è vuota. Lilly se n’è andata via sei mesi fa e al posto delle cose che ha preso sono rimasti buchi vuoti sul pavimento e aloni chiari ai muri.
Alberto mio carissimo. Mio sfortunato Alberto. Non mi è più possibile starti accanto. Anche se ti so senza colpa. Non so cosa augurarti né so che cosa augurare a me stessa perché niente sarà mai più possibile, temo, per entrambi e temo per sempre.
Il professore è chiuso in casa da quindici giorni e ancora non ha toccato uno spillo. Mangia nella carta della rosticceria e riempie sacchi che butta via a notte fonda.
Il tribunale, in composizione monocratica, ha affermato la responsabilità dell’imputato in ordine al delitto di omicidio colposo e di abbandono di minore e lo ha condannato, riconosciute le circostanze attenuanti, alla pena di quattordici mesi di reclusione.
Quindici pomeriggi chiuso a casa. Ma il professore ha fatto ricorso in appello e ora è iniziato un nuovo processo. Il dibattimento si svolge in bagno e il professore vi partecipa guardandosi allo specchio.
L’imputato, ricorrente contro se stesso, contesta la sentenza in primo grado sostenendo che sia troppo lieve. Insufficienti appaiono infatti le attenuanti invocate dalla difesa in merito allo stato di stress, alla fatica fisica determinata dalla mancanza di sonno dovuta alla necessità di accudire il nuovo nato e alla fama di buon padre avvalorata dai testimoni. Trascurate invece, appaiono nella sentenza di primo grado, le motivazioni inconsce del gesto apparentemente involontario ma che la mente deve avere pur registrato e trascurato probabilmente al fine di provocare intenzionalmente il tragico epilogo e liberarsi così del figlio forse vissuto come un peso eccessivo.
Il professore sembra non ascoltare la sentenza che un giudice con la sua stessa faccia sta pronunciando da dentro lo specchio sporco. Se ne sta immobile, seduto sul bordo della vasca a capo chino.
Si può parlare di disidratazione quando l’organismo di un bambino di due anni lasciato in auto sotto il sole perde più liquidi di quanti ne assuma fino a trovarsene privo per espletare le normali funzioni.
Si può definire edema cerebrale acuto una grave alterazione del sistema nervoso centrale dovuta a un rapido rigonfiamento del tessuto cerebrale che è contenuto nelle piccole teste bionde e tonde il cui ricordo devasta senza intervallo i cuori dei padri assassini.
Il professore esce e va in rosticceria dove entra pochi minuti prima della chiusura, quando non ci sono più clienti. Compra con più abbondanza del solito e ci aggiunge anche una bottiglia di bianco. Poi torna a casa e si risiede in bordo alla vasca.
Al fine di condannare adeguatamente un delitto così efferato la presente Corte ha ottenuto una modifica dell’ordinamento giurisprudenziale e del diritto penale repubblicano introducendo, come unicum e una tantum, la pena capitale. A tale pena, da eseguirsi mediante iniezione letale, l’imputato viene condannato accettando il suo stesso ricorso.
Il professore chiude il coperchio del water e ci appoggia sopra i cartocci del cibo aperti come si trattasse di un tavolo. Poi va in cucina, apre il bianco, prende un bicchiere e torna nel bagno.
L’ultimo pasto del condannato deve essere servito approssimativamente dalle quindici e trenta alle sedici. Prima delle diciotto il condannato deve fare la doccia e indossare vestiti puliti. Tutti i preparativi necessari per l’esecuzione devono essere completati entro l’ora prestabilita.
L’ago aspira i liquidi dalle piccole fiale, l’acqua della doccia è un pisciolino prostatico, il ronzio della macchinetta denuda il cranio chiaro e le ciocche di capelli cadono sulle piastrelle senza rumore. I vestiti sono puliti e troppo larghi.
Alle diciotto in punto il condannato deve essere portato dalla cella alla camera dell’esecuzione e assicurato a un lettino. Una volta che tutti sono al loro posto, la guardia deve chiedere al condannato di fare un’ultima dichiarazione.
Il professore si schiarisce la voce e dichiara guardando il soffitto della stanza da letto: “Niente potrà rimediare. Mai. Nemmeno questo. Nemmeno se tu tornassi in vita potrebbe esserci più perdono. Nemmeno se non fosse successo nulla potrebbe esserci mai più pace. Vorrei che la mia classe avesse un buon supplente, specie in fisica. Che il programma di quest’anno è difficile e quello che non si fa ora non lo si farà mai più.”
Al termine della dichiarazione, se viene fatta, la guardia deve fare un segnale per fare procedere l’esecuzione. In quel momento, il designato dal direttore, deve iniettare tramite siringa le sostanze necessarie a provocare la morte.
Eccoti qui, eccoti qua, testolina di papà, eccoti su, eccoti giù, papà non ti lascia più, papà non ti lascia più.
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(NdA: le informazioni relative alla procedura di esecuzione di una condanna capitale sono tratte dalla pagina web  http://www.arpnet.it/insieme/endeavor/endeavor/tcadp/tcadp15.shtml in cui si cita come fonte il TEXAS DEPARTMENT OF CRIMINAL JUSTICE, INSTITUTIONAL DIVISION)
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