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La mia connessione flat ha deciso di abbandonarmi senza una ragione plausibile. Se poi non pagare il canone mensile può essere considerata una ragione plausibile allora questo è uno schifo di mondo ingiusto. Ed è un vero crimine essere costretti pagare per un bisogno come questo. Primario, irrinunciabile, salvavita, ossigeno, nutrimento, almeno oggi come oggi. Un ricatto vero e proprio. Una roba da matti. Mondo spietato, questo, davvero. Altro che.
Cammino per strada in crisi di astinenza. Mi metterei a chiedere gli spiccioli ai passanti, se servisse a qualcosa, ruberei la collanina alla nonna, mi prostituirei sul vialone alla sera, mi volesse qualcuno.
Sto così, escluso dal consorzio umano, e cammino tra la gente, esiliato dal mondo che certamente mi ha dato per disperso. Mi sento un eremita, un segregato, un confinato, un ostracizzato.
Poi ecco che dietro un angolo mi imbatto nella salvezza.
Un coffee shop nel cuore di Amsterdam, un night dove gira roba buona.
Un Internet Cafè.
Mi imbuco come una talpa intenzionato a non vedere mai più la luce del giorno finché la mia connessione non sarà ristabilita.
Eccole lì tutte in fila sui tavoli le piccole porte di accesso al mondo con i loro schermi teletrasportatori. E guarda lì impresso il caro vecchio portale dalla doppia “o”, con le sue lettere colorate che ti promette tutto, se glielo chiedi. Non ho ancora finito di pronunciare l’accento sulla “e” di caffè all’indirizzo del barista che già la mia mano tremante si è avventata su un mouse. Clicco lì dove devo, pronto a digitare il nome del mio social, quando mi accorgo che la freccetta non si muove. Il mio computer non risponde. Balzo su quello accanto che è aperto sul portale concorrente, sempre con la doppia “0”, ma anche qui stesso fenomeno. Possibile che il dio della rete non mi voglia più? In preda ad una specie di frenesia li provo tutti e tutti, con mio crescente sgomento, risultano come inchiodati. Mi guardo intorno smarrito, in cerca di appigli, brancolando come un cieco. Mi accorgo in quel momento di essere osservato. Un personaggio singolare sta appoggiato al bancone e mi guarda compiaciuto. E’vestito di nero come Zorro e ha occhi penetranti.
“Bravo! Bravo! Che meraviglia!”
“Dice a me, scusi?”
“Si, certo, io la devo ringraziare!”
“Ma di che cosa? Sa mica perché non funziona niente in questo posto?”
“Ma qua funziona tutto, caro mio! Tutto!”
“Veramente..”
“Mio meravigliosamente ingenuo fruitore! Mio buon selvaggio, mio destinatario, mio spettatore! Benvenuto! Lei è il primo frequentatore della mia mostra!”
“Ma che…”
“Io sono l’artista. All’interno di cornici a forma di computer dipingo schermate note. Riproduco portali e siti, pennello blog, ritraggo provider. Adopero la mimesi e imito ciò che più riempie gli occhi dell’uomo. Sono l’Andy Warhol di Cupertino, sono Cézanne alla corte di Bill Gates e queste sono le mie nature morte!”
Tocco lo schermo di fronte a me: non è uno scherzo. E’ una tela montata in un computer usato come cornice dell’”opera”.
“Ma, scusi, a che serve ‘sta roba? Perché uno dovrebbe guardare uno schermo finto quando può guardare uno schermo vero che è uguale e per giunta funziona pure?”
”Perché uno dovrebbe guardare un dipinto equestre quando può guardare un cavallo vero che per giunta galoppa pure? E una natura morta, quando può vedere la frutta dal vivo e il fagiano magari cucinarselo?”
“Io…”
“Vede non sa rispondere…”
“Ma l’arte deve ritrarre le cose belle e queste non lo sono!”
“Ah no? Che strano! I suoi occhi dicevano diversamente quando è entrato qui.”
“Queste sono cose utili! Che servono, ecco. Non sono cose da dipingere. E’ come dipingere una chiave inglese! Che senso ha? Ci sono cose belle e cose pratiche. Io amo le cose concrete, le cose pratiche. Che me ne faccio delle sue finte cose vere? Della sua realtà posticcia?”
“Quindi lei ama la realtà? Le cose vere, reali? Non le finzioni.”
“Certamente!”
L’artista mi guarda sorridendo.
Ma che c’avrà da ridere?
Quello sorride e io, non so perché, mi sento un groppo in gola.
Un tintinnio bitonale mi fuoriesce dalla tasca della giacca. Hanno ripristinato la mia connessione.
Esco senza neanche salutare il pittore svitato che continua a sogghignare come un ebete, chissà che diavolo gli piglia, gli venisse il cagotto.
Mi allontano nuovamente connesso, riaccolto nel grembo del mondo. Da lontano mi giunge lontanissimo un suono di clacson. Per guardare lo schermo del cellulare per un soffio non stavo finendo sotto un’auto ma devo dire che non me ne importa niente.

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