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Il telefono squilla, s’accende e vibra reclamando d’esser raccolto. Il display segna le quattro e zerouno. La mano che lo ghermisce sul comodino a colpo sicuro, trema appena un poco, ha una geografia di storie che le solcano il dorso e di piccole macchie che sono come gli anelli concentrici del tronco di un albero. La luce bianca compie una traiettoria nel buio fino all’orecchio sinistro di un viso che resta a occhi chiusi.
“Papà? Stavi dormendo?”
“No, stai tranquillo. Ero qui che leggevo”
“Papà, scusami se ti disturbo,”
“Stai tranquillo, lo sai che non mi disturbi”
“Papà..”
“Dimmi. Ti ascolto. Che cosa succede?”
“E’ che, anche stanotte, mi sembra di non farcela. Tutto è troppo per me. Mi schiaccia il cuore”
“Alzati dal letto. Vai in salotto e siedi sul divano. Respira profondo. Hai fatto?”
“Si”
“Rita dorme?”
“Si”
“I ragazzi?”
“Matilde è a Venezia in gita con la scuola. Lorenzo e Giulio hanno guardato la televisione fino a tardi e non so come faranno a svegliarsi”
“Che cosa ti preoccupa?”
“Tutto Pà, tutto. Non mi sento all’altezza di fare tutto. E’ difficile, è troppo. Delle volte vorrei scappare ma non starei meglio, se scappassi. Non sto bene restando e non starei meglio scappando. Tutti si aspettano da me qualcosa. Mi sembra che tutto il mondo si aspetti da me qualcosa”
“Farai tutto quello che riuscirai a fare e sarà sufficiente”
“Ma tu dici Pa? Tu dici che ce la farò? Dici che sarà sufficiente? Io mi sento così stanco, così inadatto, così sopraffatto. Ecco, sopraffatto è la parola giusta”.
“Non devi fare più di quello che sei capace di fare. Stai tranquillo. Hai sempre fatto tutto, alla fine. Una cosa alla volta. Le cose viste dal buio della notte sembrano più grandi di quello che sono, più spaventose. Tra due ore tutto tornerà a posto, vedrai. E tu affronterai tutto come hai sempre fatto. E se anche qualcosa restasse indietro, la farai domani. Non morirà nessuno.”
“Grazie Pà. Mi sento già più tranquillo. Cosa dici, torno a letto?”
“No. Resta ancora un poco lì. Vai a letto solo quando ti ritorna il sonno. Fino a quel momento pensa a qualcosa che non c’entra niente. Qualcosa di lieto.”
“D’accordo. Pà?”
“Si?”
“Tu come stai?”
“Bene. Io sto bene. Ora riposa che domani poi è dura”
“Si, d’accordo. Buona notte”
“Buona notte. A domani”
Il telefono torna sul comodino. La luce a basso consumo dell’alba ridisegna la stanza. Fino a poco tempo fa a questo punto i piccoli piedi tornavano a letto e neanche il tempo di chiudere gli occhi che c’era da alzarsi e andare al lavoro. Ora che si potrebbe dormire invece ci si alza lo stesso a sentire passare il caffè nella cucina vuota. D’altronde sarebbe impossibile riprendere sonno. Ti entra dentro l’abitudine, ogni notte alle quattro da più di trent’anni. Prendere in braccio, cacciare via i brutti pensieri. Anche quando si avrebbe bisogno di essere presi in braccio, di essere consolati e di non pensare ai propri brutti pensieri. Consolare, rassicurare, confortare, essere il ramo da cui riprendere il volo. Dare l’unico senso possibile a questo essere al mondo. E poi alzarsi e incamminarsi nel giorno.

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