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(A te, mia musa privata)

Dum differtur vita transcurrit
Mentre la rimandi la vita ti passa davanti.
(Lucio Anneo SENECA, Lettere Morali a Lucilio, Libro I, 1)

 

Quando ero pazzo, avventato, incosciente, il futuro non stava da me. Non mi telefonava, non scriveva lettere, non dava segno di sé, non era certo nemmeno che esistesse davvero. Era uno zio d’America, una leggenda, un animale favoloso che abitava una foresta esotica. Dicevano che avrei dovuto occuparmene, che mi sarebbe toccato avere a che fare con lui, prima o poi, e io, senza esitazione, sceglievo la seconda opzione, quella che veniva poi.
Rischiavo ogni giorno, a quel tempo, a volte volendolo, più spesso senza neanche rendermene conto. Non c’era affetto, c’era amore assoluto. Non c’era disapprovazione ma odio feroce. Non tristezza, non serenità. Solo disperazione da togliere il fiato o gioia che esplode come un cannone caricato a coriandoli e risate da non potersi fermare. Nemmeno quando erano più inopportune. Nemmeno quando facevano male alla pancia, lacrimare gli occhi e dolere la mandibola. E sfidavo la gravità, la malattia, il traffico, le botte, mi consumavo senza risparmio, mi innamoravo due volte al giorno, bruciavo di febbre di perfezione, d’amore, di sesso, d’avventura, di giustizia, di bellezza. Ho sfiorato la morte più volte in quel breve tempo che in tutto il resto della mia vita seguente. E’ un miracolo, a pensarci, che io sia sopravvissuto. Quando il presente era ovunque e il futuro se ne stava dall’altra parte del mondo.
Oggi conduco un’esistenza prudente e sono convinto di non rischiare più la vita ogni giorno. Il presente si fa spesso da parte per lasciare spazio al futuro che, ormai l’ho capito, è uno che telefona tutti i giorni dicendo che sarà da te a cena. Tu ti dai da fare, pulisci, allestisci, cucini, apparecchi, ti prepari, ti vesti e poi ricevi una telefonata di disdetta. “Verrò domani” dice il tipo, ma domani farà lo stesso. E’ un inaffidabile tirapacchi il signor futuro e io non ho ancora avuto il piacere di conoscerlo.
Ricordo invece molto bene i giorni passati a preparare ogni cosa per bene in attesa del suo arrivo, la fatica di essere pronti e perfetti e lindi e stirati. Ricordo la fatica di quei giorni e non so dire se siano stati pochi oppure molti perché quei giorni non li ricordo davvero, tutti uguali come sono che mi si confondono in testa. Verrebbe da mandarlo al diavolo, uno così, sarebbe la cosa migliore, mi dico a volte. Ma quando gli hai dato i tuoi recapiti è molto difficile che l’amico ti molli. Con sms, messaggi, lettere, mail e telefonate ti ricorda ogni istante il vostro appuntamento imminente. Ti dice che si aspetta molto dalla cena che stai preparando, ti fa sentire non pronto, ti mette l’ansia, ti instilla mille dubbi. E tu a ricontrollare, a verificare, a cucinare un po’ meglio il cibo che ancora una volta non mangerà nessuno.
Capita a volte, mentre sono intento ai preparativi, che mi accorga del mio vecchio amico, il signor presente, che si è fatto piccolo piccolo e se ne sta su una sedia a guardarmi sconsolato con la sua faccia da bambino. “Non ti offendere, sai, poi torno da te. Sbrigo questa cosa e poi arrivo. Un attimo ancora e poi mi occupo di te. Doveva succedere di diventare grandi e più saggi, lo comprendi questo?” così gli dico e lui sorride ed esce a cercare qualcun altro con cui giocare.
Quando potevo credere che il signor futuro fosse uno importante e una persona per bene, non me ne occupavo mai e correvo il rischio di non poterlo conoscere rischiando la vita ogni giorno. Passavo tutto il mio tempo con il mio piccolo amico sciagurato, senza costruire niente, come Pinocchio con Lucignolo, ed eravamo due somari nel paese dei balocchi. Ora che ho capito che il signor futuro è un poco di buono che non onorerà mai il suo impegno con me, ora che le possibilità che bussi alla mia porta diminuiscono ogni giorno, passo il tempo ad aspettarlo e a temerlo. E non sono più un somaro ma solo un uomo che ha deciso di farsi vecchio. E un vecchio non è altro che un ragazzo che ha deciso di farsi stupido.

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