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Arriverà l’autunno e avrà i miei occhi. Con i pensieri che tornano indietro a giocare al gioco inutile e penoso dei bilanci. E ogni entusiasmo sarà stato futile, ogni sogno ingenuo, ogni speranza frutto di un inganno.
Arriverà l’autunno e mi schiaccerà il petto per rendermi saggio.
Ma non ora. Ora ancora no.
Clara è dentro che prende il caffè e sfoglia il giornale, come al solito. Questa volta tocca a lei.
La guardo da qui, vestita da impiegata in pausa. Le dona il tailleur e persino il caschetto biondo le valorizza il viso. Ma questa non è una gran scoperta. A Clara dona tutto. Le donano le scarpe basse e quelle con il tacco, ti rapisce gli occhi truccata e senza trucco, mentre dorme e quando si sveglia, con la tuta da ginnastica e vestita da sera.
Clara è Clara, non ce ne sono come lei. L’unica come lei era lei e l’ho incontrata io.
Lunedì e Martedì sono già passati e ora non ci resta che vedere se oggi è il giorno buono. Per il momento non è ancora successo nulla e una ragionevole pausa pranzo non può durare ancora a lungo. Qua va a finire che la cosa si prolunga chissà per quanto tempo.
Ora fa la sua comparsa il solito bellimbusto che ci prova con Clara. Immancabile. Lo vedo dalla postura del collo, da come si avvicina. Sono tutti uguali i pavoncelli quando aprono il catalogo e sfoggiano il campionario, piazzisti di sé stessi donna a donna. Mettono in mostra quattro stracci di mercanzia da palestra condita con sorriso conturbante e credono di proporre chissà quale irresistibile occasione.
Perché le persone non capiscono niente d’amore? Perché si lasciano attrarre dalla bigiotteria, perché non diffidano delle imitazioni? Perché mettono in scena la commedia usando questo materiale riciclato, scopiazzato? Sospirano, piagnucolano, si telefonano, si accarezzano, si dicono ti amo. Bestemmiano con parole d’altri. Non sono credibili neanche ai propri stessi occhi. Forse non sanno che significa quello che mimano come orsi ammaestrati. Avere la fame perenne, insaziabile, inspiegabile l’uno dell’altra che ti irrompe dentro un giorno senza bussare e non ti lascia mai, neanche al cesso. Esserne riempiti e svuotati, consumati e sostenuti, avercela dentro come la pila che ti fa camminare, che ti tiene in vita. Gioire e temere, fin dal primo istante, di perderla, di vederla svanire senza una ragione così come senza una ragione è arrivata. Folle e straziante e perfetta e troppa. Troppa. Sentire che è tutto è troppo, troppo perché si possa contenerlo, troppo perché possa durare, troppo perché non non lo si debba alla fine pagare. Sapere sempre, nascostamente in fondo, che tutta questa perfezione prima o poi se ne andrà via e che dopo non ci sarà mai più nulla fino alla morte. Nulla.
Clara liquida il tipo con due stilettate che non ho nemmeno bisogno di sentire e lo lascia come un sacco vuoto senza più sorriso con i suoi capelli spettinati ad arte e il suo tatuaggetto d’ordinanza che fa capolino dalla camicia ultimo grido. Se l’è cavata ancora con poco, ringrazi il cielo che ora lei ha altro a cui pensare.
Sì, perché proprio in questo istante è entrato il tipo.
Alla fine era proprio mercoledì il giorno.
Mi guardo intorno con attenzione. D’accordo. E’ la solita storia. L’altro è rimasto in macchina per non farsi notare con la portiera aperta e un piede a terra pronto ad accorrere. Niente di nuovo.
Clara si alza e va alla cassa a pagare il suo caffè. Quando la vedo camminare mi sento male. Letteralmente. Devo fare uno sforzo per concentrarmi sul tipo che dietro di lei svuota le slot.
Clara esce con aria distratta e si incammina lungo il viale con l’aria di chi ha fretta di rientrare al lavoro ed è anche un po’ in ritardo. Io resto ad osservare la fine delle operazioni.
Sono durati due mesi e mezzo l’ultima volta i soldi. Io e Clara non abbiamo grandi esigenze, non facciamo viaggi tropicali. Io e Clara ci bastiamo.
Mercoledì prossimo lei infilerà una pistola in bocca al tipo della macchina e io prenderò gentilmente in consegna dall’addetto il sacco con gli incassi delle macchinette. Nessuno si farà male e noi potremo regalarci ancora l’uno le braccia dell’altra senza distrazioni. Non importa per quanto. Ancora per un minuto. Ancora per un po’. Senza roba in mezzo a frapporsi tra noi. Lavoro, incombenze, rate, bollette, impegni, condomini, capuffici e regolette. Il fango che si accumula sulle ali e giorno dopo giorno fa incapaci di volare.
E forse arriverà l’autunno e avrà i nostri occhi. Porterà la normalità nella nostra vita e piano, come una gomma da cancellare, sbiadirà i nostri visi, come una lavatrice scolorirà i nostri corpi lavaggio dopo lavaggio. E noi saremo altro da noi ogni giorno di più. Senza accorgercene. Senza soffrire.
Ma ora no.
Ora ho gli occhi allagati dalla luce della primavera che mi promette di durare per sempre e io le credo.
Arriverà l’autunno ma non ora. Ora ancora no.

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