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Non è vero che nella vita c’è sempre rimedio. Non è vero che tutto si aggiusta. Non è vero che una sola parola non può mettere in discussione le cose che contano. Non è vero che ci sarà sempre una seconda occasione.
Marta lo aveva capito una volta per tutte quel giorno mentre usciva dalla sua vecchia scuola tenendo la mano destra in alto, più o meno all’altezza del viso, chiusa dentro la mano del padre. E pensava che non avrebbe mai più creduto né a lui né a nessun altro, mai più, neanche morta, a nessuno che gli avesse detto cose come “non è successo niente”.
Perché succede sempre qualcosa e quando succede qualcosa è successo, ed è successo per sempre. Nessuno, nemmeno un grande la può più cancellare. E lei Melissa non l’avrebbe mai più rivista. Non avrebbe più avuto modo di spiegarle nulla, di dirle quanto le voleva bene, quanto l’aveva pensata, quanto le era mancata.
Aveva desiderato essere amica di Melissa da quando aveva sei anni. Non sapeva se c’entrava qualcosa il fatto che lei fosse di colore. Forse sì. Forse le sembrava un traguardo ancora più desiderabile diventare amica di qualcuno così speciale. La guardava correre nel cortile durante l’intervallo con quelle gambe lunghe come una giovane gru e quella testata di capelli crespi e pensava che fosse bella, così diversa da tutti. Aveva pensato che lei così piccola e chiara e quella stangona scura scura sarebbero state strambe e bellissime sempre vicine, come due cuccioli di specie diverse che bevono dalla stessa ciotola.
Ci aveva messo un’eternità a diventare la sua migliore amica. Aveva imparato ad ascoltare, ad essere una confidente, una che aggiusta i pasticci, che dirime i litigi, sempre saggia, sempre con un buon consiglio da offrire e Melissa aveva avuto sempre più spesso bisogno di lei fino a non poterne più fare a meno.
Questo era stato il suo modo di farsi voler bene e quella tecnica, sperimentata in quei mesi della sua prima elementare, sarebbe rimasta “la sua tecnica” per tutta la vita. Per sempre si sarebbe fatta accettare così, negli anni a venire, come la confidente, la spalla sempre pronta a dare sostegno, riparo, conforto.
Ma Marta allora non poteva saperlo, quanto fosse importante quello che le stava succedendo in quei giorni. Semplicemente quando Melissa la cercava perché aveva bisogno del suo aiuto, lasciava ogni cosa per correre da lei e si sentiva così fiera di avere questo ruolo, così importante, da non aver bisogno d’altro.
Così avevano trascorso i primi tre anni di scuola, fino a quando i suoi genitori non le avevano comunicato che si sarebbero trasferiti.
Non era stata poi così triste quando aveva salutato tutto il suo mondo e Melissa con lui, per partire verso la nuova casa e la nuova scuola. Le sembrava che tutto stesse succedendo ad un’altra persona. E poi era troppo fiera di essere al centro dell’attenzione, con tutti i compagni che la salutavano e le facevano le feste, per aver tempo di dispiacersi.
Era partita senza lacrime tenendosi stretta alla promessa di papà che le aveva assicurato che sarebbero tornati spesso a trovare la maestra e i compagni.
Ed erano tornati difatti, quella mattina, dopo neanche due mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico. E mentre si avvicinavano all’entrata della scuola Marta aveva sentito battere il cuore nelle tempie e aveva pensato solo a quando sarebbe comparsa di nuovo di fronte a Melissa. Aveva preteso di indossare i vestiti dell’anno precedente per l’occasione, come se nulla fosse cambiato, e aveva immaginato in mille modi il momento in cui si sarebbero viste di nuovo. Si sarebbero corse incontro e si sarebbero gettate le braccia al collo, questo era deciso. E poi si sarebbero messe in pari di tutte le confidenze rimaste indietro in quel tempo infinito passato distanti.
Poi, quando si era trovata di fronte alla classe, la sua amica che spiccava tra tutti ancora più alta di come la ricordava, non aveva saputo spiccicare parola.
Melissa l’aveva guardata e lei, non avrebbe saputo dire perché, aveva distolto lo sguardo. E aveva pensato, mentre lo faceva, “tu capirai che sto solo scherzando, capirai che non posso farlo apposta, che lo faccio così per scherzo, che non so nemmeno io perché lo sto facendo”. E invece aveva letto negli occhi dell’amica uno stupore addolorato.
Tra chiacchiere con gli altri e con la maestra il tempo concesso per la sua visita era finito presto e la classe aveva dovuto riprendere la lezione. Era uscita guardando per terra e con la coda dell’occhio aveva visto Melissa che fissava ostinatamente il finestrone dell’aula, quello che dava sul cortile dove avevano giocato tante volte insieme.
E pensava, percorrendo i corridoi di quella scuola che non avrebbe mai più rivisto, e ancora lungo la strada che portava alla macchina tenendo la mano nella mano del padre, che tutto può distruggersi in un attimo, senza ragione. Che le cose sono fragili e bisogna stare attenti a non romperle come succede con il cristallo, senza volere, per un gesto maldestro. E pensava che quando una cosa è successa è successa e non ci si può far niente. Mai più per sempre nei secoli.
Quel giorno nel piazzale ventoso davanti alla scuola, Marta, per mano a suo padre, era diventata diversa e lo aveva capito perché non aveva sentito il bisogno di confidarlo a nessuno.
“Sei stata contenta di aver rivisto i tuoi compagni?” le aveva domandato ad un certo punto papà sorridendole e stringendole un po’ più forte la mano.
“Tanto, papà, grazie. Ma torniamo a casa, adesso, che devo fare tanti compiti.”

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