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Si preparava da giorni. Aveva picchiettato senza sosta sui tasti nell’ora più silenziosa e aveva visto farsi mattina per tante di quelle mattine che non ricordava più cosa volesse dire svegliarsi. 
Ora il tempo era finito. Quello che era fatto era fatto. 
Si vestì con lentezza. Era come arrugginito, a forza di stare seduto, e si sentiva stranito a compiere atti fisici, reali, che implicassero il movimento di oggetti nello spazio e la traslazione dei segmenti di un corpo che non sembrava quasi più appartenergli, tanto poco era abituato a comandarne i gesti. E poi era come intontito. Si sentiva il personaggio di una narrazione tenuto in vita dalle parole che lo descrivevano. Tutto, la luce, il suono dell’acqua nel lavandino, il contatto con gli oggetti freddi del mattino, tutto gli feriva i sensi.
In qualche modo riuscì a vestirsi. Non si sentiva a suo agio vestito, non c’era più abituato e si muoveva goffo, impacciato e infelice. Provò a trangugiare qualcosa ma la bocca gli stava bene solo chiusa e pensare di aprirla lo faceva soffrire.
Radunò tutte le carte e accese il suo inseparabile computer alla luce del quale aveva trascorso ogni ora di ogni giorno da non ricordava più quanto tempo. Sentì il desiderio insopprimibile di sedersi di nuovo e di rimettersi a scrivere senza fermarsi mai più. Come si desidera ritrovare la propria orma sul cuscino, i propri oggetti, i propri odori, come se quello fosse l’unico luogo noto a cui ritornare che gli restasse al mondo.
Il campanile suonò in quell’istante, lontanissimo, un’ora ormai tarda. I rintocchi gli ricordarono al di là di ogni dubbio che non c’era più tempo.
Il giorno era arrivato, il conto alla rovescia era giunto allo zero.
Avrebbe letto un ultima volta i passaggi chiave della relazione e poi sarebbe uscito.
Era importante per lui, quel giorno, fare buona figura. Ci sarebbero state tutte le persone a cui teneva di più e ovviamente lei. Lei che lo avrebbe ascoltato per la prima volta e aveva dichiarato di essere molto curiosa e di nutrire grandi aspettative sul suo intervento. Lei alla quale era meglio non pensare che se no non riusciva a concentrarsi nel lavoro e finiva per non capire più niente.
Provò a immergersi nella lettura. E’ incredibile come parole lette cento volte sembrino nuove dopo averle lasciate decantare per poche ore.
Peccato che fosse così stanco. Altre volte era in quegli ultimi momenti che gli erano arrivati gli sprazzi di genio, l’idea che guarnisce la torta come una ciliegina. Invece ora sentiva di essere andato davvero oltre ogni misura e di essersi prosciugato senza rimedio. Le dita non riuscivano più a battere sui tasti e gli occhi dovevano mettere continuamente a fuoco. Capì che non stava aggiungendo niente al lavoro già fatto. Pensare che sarebbe stato così importante dare ancora più forza ai concetti, rendere più vero, più cristallino quello che voleva dire in maniera che l’idea da confutare, così infantile e ridicola, ne uscisse a pezzi e il suo punto di vista alla fine brillasse come brillano le cose autentiche, anche quando sono dolorose.
Rilesse il titolo della sua relazione.
“Miseria del trascendentalismo. La bugia consolatoria dell’immortalità dell’anima”
Per un attimo vacillò. A sorpresa fu colto da una specie di sensazione di ridicolo. Le sua asserzioni, il suo sforzo di definitività, di perentorietà, gli suonarono improvvisamente insopportabili. Sentì che in quel propugnare strenuamente il proprio pensiero, nel volerlo spacciare ad ogni costo per vero c’era come una boria triste. L’urlo di un uomo nudo nel buio.
Che ne sapeva in fondo lui di quelle cose? Della morte, dell’anima e della vita, persino. Sentì di aver sempre parlato di cose che ignorava. Di essersi autonominato esperto di una materia che gli era sempre stata completamente ignota.
Per fortuna durò solo un attimo quello stato d’animo. Di sicuro era la grande stanchezza che gli giocava brutti scherzi.
Si risolse a spegnere tutto e ad uscire.
Fu in quel momento esatto, mentre si stava alzando con immensa fatica per far su tutto e prendere finalmente la porta, che diede l’ultima occhiata allo schermo. Ci mise qualche secondo a realizzare che era successo qualcosa di tremendo.
Lo schermo era bianco.
Pensando di averlo fatto scorrere involontariamente andò su e giù con il cursore, cento volte, in preda ad un tremore convulso. Uscì, rientrò nel programma, spense il computer, lo riaccese. Non ci fu niente da fare. Inspiegabilmente tutto il suo lavoro si era cancellato.
Avrebbe voluto gridare dalla disperazione, dalla rabbia ma non riuscì a far altro che a piangere immobile, senza lacrime e senza singhiozzi.
In quel momento sfondarono la porta di casa sua.
Entrarono prima gli uomini in divisa e poi Giorgio e Luisa. Dietro veniva lei. Che ci faceva lei lì? Aveva una casa ridotta da far pietà e non avrebbe voluto che la vedesse così.
Si fermarono tutti a guardarlo.
“Mio dio” singhiozzò Luisa mettendosi una mano sulla bocca.
“Sarà morto da almeno tre giorni” sentenziò uno degli uomini in divisa.
“Scrivendo, come avrebbe voluto” disse piano Giorgio, con gli occhi rossi.
Lui restò con la bocca spalancata, immobile, ad ascoltarli parlare.
Poi, irresistibile e chiara sentì una risata allagargli il cuore.
E rise. Rise di gusto, rise da non poterne più ma nessuno nella stanza sembrò ascoltarlo e tutti continuarono a piangere, come se niente fosse.

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