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Idea per poesia d’amore: tu mi riempi, mi sazi e la meraviglia di averti mi priva del bisogno di immaginarti. Tu sei la poesia e uccidi in me la poesia.
L’antitesi vita-arte non deve essere esplicitata né risolta ma lasciata sospesa come un rimpianto. Il rimpianto di non poter essere ovunque, chiunque, l’impossibilità di abitare tutti i luoghi contemporaneamente.

Ieri ho guardato Artù negli occhi (Artù è un labrador di dieci anni) e come gli parlassi, ho recitato per lui: “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo di gente in gente, me vedrai seduto…”. Sentendomi recitare, anche lui, come Foscolo sulla tomba del fratello si è messo seduto, ha piegato le orecchie all’indietro, mi ha fissato con quegli occhi scuri canini ed è stato così, immobile e attento, fino “…al petto della madre mesta”. Per il breve tempo del sonetto sono stato certo che qualcosa di quei versi stesse giungendo fino a lui. Che, in qualche modo misterioso, la poesia stesse unendo le nostre anime non così diverse. Voglio assolutamente pensare che il fatto che io usi il comando “seduto” prima di dare un bocconcino ad Artù non abbia nulla a che fare con quel momento di perfezione assoluta. E che il panino al formaggio che tenevo, declamando, nella mano destra fosse del tutto estraneo al nostro idillio poetico.

Una paziente suppergiù quarantenne ha definito sé stessa e il suo fidanzato, “ragazzi” e in quel sentirsi “ragazzi” c’era tutta una sincera aspettativa di cose non fatte, di senso di inizio della vita, di stato nascente. Mi hanno raccontato di star cominciando seriamente a pensare di avere un figlio ma di voler rimandare ancora un poco in attesa di conoscersi meglio.
Se non ci fosse questa spiacevolezza della biologia noi saremmo davvero strutturati per campare mille anni. E allora sarebbe vera la sciocchezza che uno ha l’età che si sente. Avremmo in quel caso tutti tra i venti e i trent’anni, io credo, ché i panni dei più anziani, degli esperti, dei vissuti, li vestiamo tutti nostro malgrado e controvoglia, facendo di necessità virtù. E baratteremmo volentieri in un attimo ogni cosa imparata e sudata, senza esitare, potessimo farlo davvero, in cambio della meraviglia permanente di chi vive tutto per la prima volta, primi nella storia dell’uomo. Perché idolatriamo la memoria, a parole, ma in fondo vogliamo e tentiamo disperatamente di essere immemori, aneliamo con tutte le nostre forze alla smemoratezza e volentieri amiamo praticarla anche così, da comuni mortali, con risultati, bisogna dirlo, piuttosto buoni.

Racconto: nella città di XY, per un particolare fenomeno atmosferico, la luce cade sul suolo con un’angolazione particolare e rivela qualcosa di sconvolgente. Così come i vetri scuri di certi occhiali e di certe macchine in determinate condizioni lasciano vedere quello che c’è dall’altra parte, allo stesso modo per un attimo attraverso il suolo della città improvvisamente trasparente si svela una realtà di cui nessuno era a conoscenza. Un popolo di uomini, donne, persone, cani camminano rovesciati, a testa in giù, appoggiando le proprie piante dei piedi all’altra faccia dello stesso suolo, quella sottostante. Come se di improvviso tutta la città fosse appoggiata su un specchio: piante dei piedi contro piante dei piedi, ruote di macchine contro ruote di macchine. L’unica differenza è che ciò che si vede guardando per terra non è la propria immagine riflessa ma quella di altre persone che nello stesso tempo possono vedere per la prima volta gli abitanti di sopra, o di sotto, dipende dai punti di vista. Tutti si spaventano, quelli di sotto e quelli di sopra, vengono presi dal panico e cominciano a scappare e mentre scappano vedono il fuggi fuggi degli altri tra i propri piedi. Solo una ragazza non scappa. Si ferma, si inginocchia, appoggia il palmo della mano per terra. Dall’altra parte un giovane del mondo di sotto sta facendo la stessa cosa. I loro visi, un po’ buffi come è il viso di chi è rivolto verso il basso, si guardano, le loro ginocchia si appoggiano le une alle altre. La ragazza si accorge di colpo che da lì lui può vederla sotto la gonna e se la infila tra le gambe con un movimento brusco di imbarazzo. Tutte e due ridono, senza sentirsi, come in un vecchio film muto. E’ un attimo. Poi la luce comincia a cambiare e il suolo lentamente si scurisce. Il ragazzo e la ragazza urlano, battono con i pugni per terra, non si rassegnano a vedersi scomparire l’uno all’altra. Tutto in breve torna come prima. La città tira un respiro di sollievo e riprende la propria vita. Da quel giorno tutti i giorni la ragazza torna nel punto dove ha visto per l’ultima volta il ragazzo, si inginocchia e tocca il suolo. Sa con certezza che lui dall’altra parte sta facendo la stessa cosa. Versa una lacrima. Spera che goccia a goccia, la lacrima possa scavare il suolo. La gente le passa accanto, la evita. Qualcuno le lancia una monetina, scambiandola per una mendicante.

Sempre con gli specchi: improvvisamente tutti gli specchi cominciano a riflettere le persone nella loro versione dell’altro sesso. Gli uomini vedono sé stessi donne e viceversa. Le bambine si vedono bambini e i cani cagnoline. Ma non si vedono come se fossero “travestiti” da donne o da uomini. Vedono proprio le donne e gli uomini che sarebbero se fossero del sesso opposto. La cosa ha effetti imprevisti e sconvolgenti…..

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