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Ascoltavo ieri di sfuggita la telecronaca di una partita del mondiale mentre facevo la mia coda alla cassa di un autogrill. Procedevo passin passino nella calca inalando mio malgrado sentori di sudore e docciashampo, quando qualcosa mi ha colpito di quel che mi arrivava alle orecchie.
Veniva usata frequentemente, a proposito di giocatori manchevoli, la parola vecchio. Si dirà che è normale, che si stava parlando di giocatori di calcio per i quali la massima prestanza fisica è una qualità fondamentale, eppure io sentivo che c’era molto di più questo, molto più della constatazione di un garretto meno scattante, in quell’espressione. Era come se l’epiteto contenesse in sé tutta una serie di inadeguatezze psicologiche, umane e perfino morali, oserei dire, rispetto alla possibilità di stare dignitosamente in campo.
E riflettevo, mentre pagavo un prezzo esoso per qualche immangiabile schifezza che mai s’accetterebbe di pagar tanto né di portare alle labbra al di fuori di quel luogo extraterritoriale che è l’autogrill (perché poi? urgono studi in tal senso), riflettevo, dicevo, sul fatto che non solo l’intellettualmente misero mondo dello sport ma anche le arti, la letteratura e il cinema, che mai hanno avuto pudore di mettere in scena la fisiologia dei corpi e la loro carnalità, di cimentarsi con fame e sesso, minzioni e polluzioni, persino quelle sembrano imbarazzarsi e vacillare quando c’è da descrivere, approfondire, mettere in scena lo spettacolo della vecchiaia umana. E ne rifuggono, con poche eccezioni, per riparare frettolosamente nello stereotipo, nelle macchiette, nei luoghi comuni e passare frettolosamente ad altro.
Non è semplicemente la paura, credo, che tiene lontani gli esploratori da quel luogo. La morte, ad esempio, uno dei più spaventosi accadimenti umani, non ha mai suscitato tanta resistenza. Anzi. La sua estetica affascina e mai l’arte ha temuto di declinarla in tutte le sue forme e di sfidarla, di giocarci, di sedurla, di baciarla, di esorcizzarla, di rappresentarla e di farne consumo. E invece in quel luogo che dovrebbe appartenere altrettanto intimamente alla nostra carne, che addirittura le è consustanziale, le parole non s’addentrano volentieri.
Cosa c’è che turba tanto profondamente nell’invecchiare da renderlo meno sopportabile della stessa scomparsa, della fine di ogni cosa? Cos’è che causa questa rimozione dall’immaginario?
Penso all’altra grande istintiva rimozione, l’altro materiale disturbante. La follia.
Si assomigliano la follia e la vecchiaia, hanno in comune qualcosa di profondo.
Entrambe contengono il fantasma della perdita del sé.
Invecchiare è perdersi. E’ perdersi ai propri stessi occhi, non riconoscersi, diventare altro da sé.
Ed è diminuire, essere meno, contare meno, vedere le proprie peculiarità, i propri punti di forza, i pilastri su cui si è sempre contato, quali che siano, assottigliarsi, infrangersi, fare cilecca, svanire.
Eppure non esiste una sola ragione per cui non si potrebbe costruirsi a poco a poco un altro sé, mutarlo, adattarlo al cambiamento, trovare altri punti di forza, edificati con quel che si ha, per proporre a sé stessi e al mondo una nuova accettabile immagine di noi. In fondo in altre fasi dell’esistenza, tra i dieci e i vent’anni o tra i venti e i quaranta, una persona si riedifica più volte spostando completamente ogni focale, ogni priorità.
Ma pare che sia facile fare i giovani da giovani.
Ben più facile che fare i vecchi da vecchi.
E così ad un certo punto si decide che non si può essere altro che “ex”, “non più” qualcosa. Ci si avvinghia ad un immagine che svanisce, quella in cui immutabilmente continuiamo ad identificarci, corrispondente ad un momento variabile da persona a persona, situata in un luogo tra i venti e i quarant’anni, e si cerca di trattenerla, di non farla svanire. Ci si pettina, ci si atteggia cercando di incarnare il personaggio scomparso. La vecchiaia diventa solo il patetico travestimento da qualcuno che non c’è più.
Questo e non altro era sottinteso nell’aggettivo dispregiativo usato dal cronista: i giocatori non erano più. Avevano perduto ciò che sapevano fare e ciò che avevano. Non erano più degni né più buoni a nulla.
E’ ovvio che questa è, in buona parte, una questione di prospettiva. A vent’anni non siamo più capaci di metterci un piede in bocca o di credere nelle fate eppure non siamo devastati dal lutto della perdita di queste capacità. Se ci fissassimo costantemente su ciò che perdiamo tutta l’esistenza sarebbe un solo lungo lutto ininterrotto.
Eppure, da un certo punto dell’esistenza in poi, non un solo sguardo viene più riservato a quel che si acquista, ma solo e sempre a ciò che si perde per strada.
Perché?
Certo esiste l’aspetto greve e fastidioso della vecchiaia. La vecchiaia malattia, la vecchiaia acciacchi e perdita d’autonomia. Ma esistono anche la pazienza, l’esperienza, la comprensione, la tolleranza. Il pensiero non più scosso dalla violenza delle passioni che può farsi più limpido, più profondo, più duttile, meno rigido, meno presuntuoso.
E mentre stilo questo elenco vedo con chiarezza quanto poco interessino al mondo queste virtù. Nel mondo delle pile di matrix e della prigionia degli animi e dei corpi solo la bellezza esteriore, la velocità, la sopportazione dei carichi fisici ed intellettuali, la performance, la memoria a breve termine, la connessione costante ad una comunità labile e superficiale, sono valori. Il resto è nulla o è un ostacolo.
Chi se ne fa qualcosa della prudenza, della saggezza, del senso della preziosità del tutto che accompagna la fine della vita?
Sentire di perdere insieme ai capelli e alle diottrie tutto ciò che il mondo ritiene desiderabile e degno di attenzione è la prima ragione per cui gli uomini e le donne si riducono a piangere il proprio passato e diventano degli inutili sopravvissuti ai propri stessi occhi. Perché ciò che hanno non interessa più a nessuno.
“Giovinezza, giovinezza” cantava l’inno fascista, un’ideologia che faceva della retorica superficiale della pulizia e dello sgombero del vecchiume il proprio cavallo di battaglia. Altri fascismi sono seguiti e non è diverso il fascismo d’oggi con le sue ridicole equazioni obbligatorie: nuovo uguale meglio, moderno uguale bene, giovane uguale efficace, vecchio uguale da gettare.
Né è diversa purtroppo la nostra congenita debolezza ad accettare supinamente i modelli culturali dominanti. Settant’anni fa tutti in piazza a gridare duce, duce per far parte della maggioranza e oggi a tingerci i capelli e tirarci la faccia pur di essere compresi, ancora per un poco, nella cerchia delle persone degne di stare al mondo.

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