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Quando Michele rientrò a casa trovò Anna in salotto che lo aspettava con un’espressione impenetrabile.
Intuendo che c’era qualcosa che non andava il giovane si arrestò sulla soglia con la giacca ancora indosso, e rimase a guardarla con aria interrogativa.
Gli occhi rossi di lei lo fissarono sgomenti senza nemmeno darsi la tregua di un battito di ciglia.
“Che cos’è questo?” disse Anna con voce scheggiata sollevando un piccolo libro all’altezza del proprio viso e offrendolo allo sguardo del compagno.
Michele non rispose.
“Ti ho chiesto che cos’è questo.”
Da Michele ancora non venne alcuna risposta.
“Ti voglio aiutare. Qui ci sono descritti, con la tua grafia, giorno per giorno, tutti gli eventi degli ultimi dieci anni della tua, della nostra vita.”
“E’ un diario. Che c’è che non va? E’ proibito tenere un diario?”
“Anch’io all’inizio pensavo fosse un diario ma, vedi, c’è un piccolo particolare che non quadra. Aspetta. Fammi cercare. Ecco. Come lo spieghi questo, Michele? Qui ci sono già descritti i giorni di domani e dopodomani.”
Michele restò in silenzio con lo sguardo vuoto.
“1 Maggio 2002. L’uomo aveva deciso che avrebbe passato un primo maggio vecchio stile” prese a leggere Anna “con grigliata sull’erba, vinaccio a volontà, bandiere rosse e canzoni di lotta diffuse ad alto volume da altoparlanti che friggevano. Quando arrivò alla festa c’era ancora poca gente ma lei era già là, da sola, seduta vicino al banchetto di Italia-Cuba che leggeva un libro. La trovò subito bellissima.”
Michele si tolse la giacca, si sedette sul divano e rovesciò il capo all’indietro chiudendo gli occhi.
“Ti sembra il modo di scrivere un diario? Rispondimi! Questo è il giorno del nostro primo incontro. Quasi preciso, diverso solo lievemente, in qualche piccolo particolare: io non leggevo un libro e il banchetto era quello del commercio equo e solidale. Che vuol dire questo? Avanti! Dimmelo!”
Anna stava quasi urlando.
“23 Giugno 2014” riprese a leggere piangendo. “E’ ieri” precisò, come se non fosse sufficientemente chiaro. “L’uomo avvertiva il peso nero della noia e sentiva di dover uscire per fare qualcosa, qualsiasi cosa: raggiungere i duecentocinquanta in macchina, bere un litro di gin, iscriversi ad un corso di origami. Qualsiasi cosa pur di vincere quella melassa che gli impediva di muoversi e respirare.”
“Anna…” provò a dire Michele.
“Tu ieri mi hai detto che volevi uscire! Non lo hai fatto solo perché sono venuti i miei a farci una visita a sorpresa!”
“Anna, ti posso spiegare.”
“Ti ascolto.”
Non disse altro e si mise così, in attesa, rigida e tremante. Con il libro chiuso sotto le mani giunte. Come una professoressa che attende una risposta.
“Quel libretto che tieni in mano è solo uno dei moltissimi che ho scritto. Ho iniziato quando avevo diciassette anni. Decisi di immaginare e descrivere la giornata che avrei voluto vivere all’indomani e il giorno dopo provai a fare esattamente quello che mi ero immaginato. Non fui più capace di smettere. Da allora non ho saltato un solo giorno.”
Anna ebbe un lieve tremore del capo.
“Vuoi dire che tu ogni giorno scrivi la giornata che vivrai il giorno seguente e poi cerchi di comportarti in maniera che il tuo racconto si avveri?”
“Esattamente”
“Mio dio, mio dio” prese a cantilenare Anna senza sosta “mio dio, mio dio”.
“Anna, non c’è niente di male. Perché reagisci così?”
“…e che io e te ci siamo incontrati perché avevi deciso che quel giorno tu avresti incontrato una come me alla festa del primo Maggio? E che tutte le cose che ci sono successe in questi anni tu avevi pianificato il giorno prima che sarebbero successe, e come, con tutti i particolari?”
“Ma non è proprio così. Non usare la parola pianificazione. E’ piuttosto, diciamo, un canovaccio. Ecco, sì, un canovaccio. Una traccia.”
“Ma perché? Perché? Perché, in nome del cielo?”
Michele ristette un poco prima di rispondere. Poi guardò Anna con grande dolcezza.
“Anna, io ti amo. Ti amo perché sei la donna che io volevo incontrare quando era giusto per me incontrare una donna come te. Ti amo perché la mia storia aveva bisogno di te, in quel momento, e non smetterò di amarti finché desidererò che il giorno dopo tu faccia parte della storia che io desidero per me. E poi, stai tranquilla. A forza di amarti e di infilare giorni insieme, uno dietro l’altro, è sempre più probabile che ogni giorno io desideri metterti nella storia che scriverò per il giorno dopo. Capisci cosa voglio dire?”
Anna lo guardò sbigottita.
“No. No, che non capisco. E tutte le cose che nella vita succedono? Perché le cose nella vita succedono, chiaro? Anche senza deciderlo! Con tutte quelle cose come la mettiamo?”
“Le cose succedono, dici tu. Succedono. Sì e No. In realtà gli accadimenti che succedono sono moltissimi, è vero, ma spesso sono infinitesimali e quasi sempre nemmeno li vediamo. O li vediamo ma non cambiano nulla. Sono mosche, stelle cadenti, raffreddori, temporali, forature. Oppure sono enormi, o meglio ancora potrebbero esserlo, e cambiare davvero per sempre le nostre vite, ma noi nemmeno quelli vediamo. E sai perché? Perché non li aspettiamo. Perché noi riconosciamo quello che aspettiamo. E la maggior parte delle cose che non aspettavamo, per noi non esistono, mentre quelle che aspettavamo finiscono per succedere e la maggior parte delle cose che succedono, succedono perché le aspettavamo. E’ per questo che io ho deciso di scrivere la narrazione dei miei giorni a venire, il mio diario rovesciato. Perché se proprio devo aspettarmi, e quindi far succedere, qualcosa, almeno voglio che sia ben pensato, coerente, che disegni una biografia che mi aggradi, che mi rispecchi”
Anna lo guardò come si guarda un licantropo.
“Io, io non so se essere contenta che la tua volontà mi abbia fatta esistere ai tuoi occhi!”
“Ma perché? Non c’è, se valuti bene, una forma più alta d’amore. E poi lo fanno tutti, anche se non lo sanno. Pensa a quelle frasi d’amore. E’ tutta la vita che t’ aspetto, t’amavo già prima di conoscerti.”
Anna prese il libriccino e lesse ad alta voce.
“25 Giugno 2014”
“Domani”, sussurrò a bassa voce, come tra sé.
“L’uomo si svegliò all’alba, come tutti i giorni. Lei dormiva ancora, con i capelli che disegnavano un’onda nera sul chiarore della federa. Lui sollevò piano il lenzuolo per guardare il suo corpo nudo addormentato, la sua gamba destra piegata di lato, il suo addome morbido che si sollevava piano. Pensò che non avrebbe saputo come affrontare il giorno se lei non ci fosse stata. Alla finestra…”
Si interruppe e lo guardò. 
Lui non resse lo sguardo e chiuse gli occhi.
“Non lo so. Ci devo pensare. Ci devo pensare.” esclamò alzandosi.
Poi percorse il corridoio, raggiunse la sua stanza e chiuse la porta sbattendola.
Michele restò solo a lungo nella stanza che si faceva buia.
Poi prese il piccolo libro dalla scrivania, dove lo aveva lasciato Anna, lo aprì, lo sfogliò, tirò fuori una penna dalla tasca e piano, cominciò a scrivere.

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